venerdì, 24 aprile 2009 - 12:21



Celebrati come amanti immortali, uniti nella vita e nella morte, e pertanto degni di vivere al fianco l'una dell'altro in eterno. Cleopatra VII Tea Filopatore e Marco Antonio, la prima destinata a diventare l'ultima regina dell'Egitto antico, il secondo triumviro in carica di Roma, con Ottaviano e Lepido, seguirono la stessa sorte, scelsero di darsi la morte in conseguenza della sconfitta subita da Marco Antonio nella battaglia di Azio del 31 Ac ; fu Marco Antonio a morire per primo, il 30 Ac, sconvolto dalla notizia, falsa, della morte di Cleopatra. Quest'ultima, dopo il vano tentativo di seduzione di Ottaviano, che ne aveva sdegnosamente rifiutato le grazie, scelse di morire facendosi probabilmente mordere da un'aspide nello stesso anno, il fatidico 30 Ac, conoscendo a quale sorte sarebbe andata incontro se fatta prigioniera da Ottaviano, che era entrato con le sue truppe in Alessandria d'Egitto, intenzionato a fare della terra dei faraoni una provincia romana. I due amanti scelsero quindi di morire, troppo orgogliosi per accettare di diventare schiavi dell'uomo che aveva preso il potere a Roma, e che aveva combattuto una battaglia mortale con il suo acerrimo nemico, quell'Antonio suo compagno di reggenza del governo romano.



Uniti nella morte, quindi; ma che fine fecero le loro spoglie mortali? Secondo Plutarco, il vincitore, Ottaviano, decise di permettere la loro sepoltura congiunta, limitandosi in seguito a far uccidere Cesarione, figlio di Cesare e di Cleopatra, atto perpetrato con il chiaro intento di sbarazzarsi un ipotetico futuro rivale, e portando con se a Roma i figli della coppia di amanti, Alessandro e Cleopatra Selene, che divennero a tutti gli effetti cittadini romani. Ma i due vennero realmente sepolti assieme, e se si, dove? In realtà, a parte le fonti storiche tradizionali, come il citato Plutarco, nessuno cita espressamente il luogo della sepoltura. La stessa figura di Cleopatra è spesso volutamente messa in ombra, descritta come una femme fatale, una opportunista, una calcolatrice se non peggio. Il risultato è stata una caccia alle ombre, che dura ormai da XX secoli; generazioni di archeologi hanno ceracto la tomba di Cleopatra, certi di rinvenire, accanto a lei, anche le spoglie del suo compagno di sventura.



Ma solo negli ultimi due anni si è avuta un'accelerazione bruciante delle ricerche, grazie anche all'usilio delle moderne apparecchiature di rilevazione. Il direttore delle antichità egizie, Zahy Hawass ha annunciato recentemente di aver individuato a Tabusiris, vicino ad Alessandria, sotto il tempio di Iside, alcune stanze sotterranee, al momento ancora irragiungibili per la presenza di detriti.Durante gli scavi, l'equipe archeologica che lavora sul sito, ha rinvenuto un certo numero di monete raffiguranti Cleopatra VII, un busto della regina stessa, una maschera funeraria, che potrebbe essere quella del triumviro romano. Tuttavia, nonostante la notizia abbia messo a soqquadro il mondo degli egittologi e degli studiosi, ci sono molti dubbi sulla possibilità che il sito sia davvero l'ultima dimora dei due celebri amanti. A parte, come già detto, le parole di Plutarco, non ci sono doumenti storici che attestino una sepoltura congiunta; appare anche abbastanza strana la decisione di Ottaviano di concedere al suo rivale l'onore di dividere l'eternità con la legittima regina d'Egitto, del quale non era il consorte. Non resta quindi che attendere novità da parte di Zahi Hawass, che, dal canto suo, si dice certo che il luogo sia quello giusto, e che quindi, dopo XX secoli, sta per cadere uno dei grandi misteri dell'antichità, ovvero il luogo della sepoltura dei due amanti. Cosa che permetterebbe di colmare, per esempio, lacune storiche, come la vera causa della morte di Cleopatra, di quella di Antonio, oltre che di riportare alla luce il loro corredo funebre, sempre che lo stesso non sia stato depredato nel corso dei secoli dagli immancabili ladri di tombe.
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In ---> il mistero della tomba di marco
domenica, 12 aprile 2009 - 08:57
I funerali delle piccole (foto misteri d'Italia)



Ninfa e Virginia Marchese,Antonella Valenti.
Tre bambine che il 21 ottobre del 1971 scompaiono,letteralmente,all’uscita di scuola.
Siamo in Sicilia,a Marsala per la precisione.
E’ una storia terribile,questa.
Che vede protagoniste le tre sventurate bimbe.
Ma anche le due famiglie delle vittime.
Si,perché la famiglia di Antonella è da poco emigrata in Germania,e in città la bambina è affidata alle cure del nonno.
Che non vedendola ritornare da scuola,intuisce l’accaduto.
Vito Impiccichè sa che sua figlia ha problemi di cuore,e non se la sente di chiamare la figlia per darle la notizia.
Con oltre trecento soldati,partecipa ad una vasta battuta tra i campi di Marsala,nella speranza,che purtroppo risulterà vana,di ritrovare la nipote.
Il fronte delle ricerche si allarga e diventano quasi mille e cinquecento le persone che collaborano alle ricerche. Fra essi c’è molta gente comune,studenti e operai,impiegati e polizia.
Si è intuito immediatamente che la sparizione ha qualcosa di terribile;le indagini vengono affidate a Cesare Terranova,che ha condotto le indagini sulla mafia e sul boss Luciano Liggio.
Dopo due giorni,il 23 ottobre,i genitori di Antonella vengono finalmente avvisati,e prendono il primo aereo per l’Italia.
C’è un primo testimone oculare,un benzinaio,Hans Hoffman,che dichiara di aver visto un giovane sui trent’anni alla guida di una 500 blu,auto nella quale delle bimbe agitavano le mani come in cerca di aiuto.
Il giudice Terranova non è convinto,ma diffonde la notizia.
Nei due giorni successivi le persone che cercano le bimbe diventano tremila,ma è solo il 26 ottobre che avviene la prima scoperta.
Un manovale,che stà passando per la campagna,nei pressi di una scuola abbandonata,trova il cadavere della piccola Antonella.
La scuola è stata già passata al setaccio,quindi il corpo vi è stato trasportato in un secondo momento.
L’autopsia rivela che la piccola è stata soffocata..
Poi,l’assassino,ha tentato di bruciarne il cadavere.
Si diffonde la voce che il killer abbia violentato la piccola.
Ma in effetti la bimba è morta perché il suo rapitore le ha chiuso la bocca con del nastro adesivo (che sarà la chiave di volta delle indagini),e non ha abusato di lei.
I genitori della bimba accolgono con strazio la notizia.
Stretti l’uno all’altro,con la mano della mamma a tener ferma la loro figlia più piccola,Liliana.
Verranno immortalati così da un oscuro reporter,e la loro foto farà il giro del mondo.
Nel frattempo Paolo Marchese,padre di Virginia e Ninfa,si dispera.
Sa che dopo quel ritrovamento le speranze di rivedere le sue due figlie sono ridotte al lumicino.
Il giorno dopo un giovane che lavora presso l’azienda che produce il nastro adesivo usato dall’assassino sfugge per miracolo al linciaggio della folla.
La sua unica colpa risulterà quella di avere una moglie molto giovane e di essere proprietario di una cinquecento,peraltro di colore chiaro,in contrasto con quanto dichiarato da Hoffmann,che aveva indicato una cinquecento di colore blu.
Il giudice Terranova però è sulla buona strada.
Sa che la pista del nastro è decisiva.
E tesse la sua tela con pazienza,infischiandosene delle rivelazioni dei giornali su presunti mostri e su fantomatiche cinquecento.
Si,perché Terranova non dà alcun credito alla versione del benzinaio.
Sulle prime pagine dei giornali impazzano notizie e cronache:nessuna di esse,peraltro,si avvicina alla verità.
Terranova nel frattempo,con meticolosità,è riuscito a restringere di molto il campo delle ricerche.
Che ora puntano decisamente sulle industrie riunite,dalle quali fabbriche è uscito il rotolo di adesivo usato per soffocare la piccola Antonella.
I dipendenti vengono seguiti e di ognuno viene valutata la posizione.
Il colpo di scena avviene l’8 novembre.
Uno dei sospettati,Michele Vinci,zio della piccola,cade in contraddizione.
Chiedono alla moglie se nel giorno del delitto il marito era venuto a mangiare e la donna risponde di no.
Che è l’esatto contrario di quello che lui ha dichiarato alla polizia.
Per dodici ore viene torchiato e sottoposto a interrogatori.
A mezzanotte la drammatica conclusione:Vinci confessa.
Terranova non è sorpreso:l’uomo godeva di molta libertà di movimento,e aveva cercato in ogni modo di collaborare alle indagini,nel tentativo,ingenuo,di depistare le indagini.
Vinci conduce gli inquirenti su un terreno dove c’è un pozzo:sotto,a trenta metri di profondità,giacciono i corpi delle due sorelline.
Fra le lacrime,racconterà di non averle gettate,ma di averle costrette a saltare.
Voleva solo nasconderle,racconterà,non far loro del male.
“Sapevo che sul fondo del pozzo c’erano erbe che avrebbero fermato attutito la caduta”dichiarerà.
L’autopsia dà una risposta sconvolgente:le due bimbe in effetti non sono morte per la caduta,ma per gli stenti e le privazioni,sono letteralmente morte di inedia.
Un particolare ancora più atroce emerge dalle indagini:Virginia ha assistito alla morte della sorella.
Il cadavere della povera Ninfa è infatti in avanzato stato di decomposizione,mentre quello di Gina è ancora fresco.
Sulle pareti del pozzo vengono ritrovate anche tracce di unghiate. Nella disperazione le due bimbe hanno tentato di scalare le pareti.
Particolare agghiacciante:se le due bimbe avessero proseguito il loro percorso nel pozzo,sarebbero sbucate in una galleria secondaria,molto più facile da scalare,da dove avrebbero potuto quantomeno chiedere aiuto.
L’interrogatorio di Vinci non fa emergere novità di rilievo:l’uomo ha un quoziente intellettivo molto basso.
Ripete monotonamente di non averle fatte soffrire,ma non spiega perché,dopo la morte di Antonella,l’abbia portata vicino la scuola e le abbia dato fuoco. E,soprattutto,non racconta dove l’ha tenuta prigioniera.
Si tenta di delineare la personalità dell’uomo.
Ha trent’anni,un lavoro da fattorino ed è sposato con Anna da tre anni. Non ha figli ed è un uomo molto chiuso e silenzioso. Tuttavia adora quella nipote,a cui fa spesso regali di ogni genere.
E’ uno strano personaggio,che soffre per la scarsa considerazione in cui è tenuto da chi lo conosce,dalla famiglia di sua moglie.
In cella tenta anche il suicidio,scagliandosi contro una parete nel tentativo di fracassarsi la testa.
Viene rinchiuso nel carcere di Ristretta,dove soffre l’isolamento e la lontananza della moglie.
Intanto iniziano i preparativi per il processo di primo grado,che verrà celebrato esattamente due anni dopo gli omicidi,a novembre del 1973.
Una perizia patologica,volta a stabilire una volta per tutte se sui corpi delle bambine siano state ritrovate o no tracce di violenza carnale,escludono tale evento.
Al processo Vinci si presenta con un difensore d’ufficio:nessuno ha voluto raccoglierne la difesa.
E con lui,imputato di un reato minore,favoreggiamento,c’è Giuseppe Guardato,proprietario del fondo in cui si trova il pozzo della morte.
L’accusa è quella di aver saputo delle intenzioni del Vinci.
Il processo inizia senza la sua presenza in aula.
Fino al 28 novembre,quando Vinci arriva in aula e chiede di poter fare una dichiarazione.
Ed è una dichiarazione bomba.
“A uccidere le bambine non sono stato io. Sono stato costretto a rapirle. Altrimenti avrebbe fatto del male a me e alla mia famiglia. E’ stato il professor Franco Nania a dirmi di farlo”dice il Vinci con voce rotta.
Clamore,svenimenti in aula,gente che grida.
Il presidente riesce a fatica a far ristabilire l’ordine.
Il professor Nania viene immediatamente arrestato.
Ha 43 anni,ed è diventato famoso nella sua città grazie all’invenzione di un particolare pallet,il cui brevetto gli ha permesso di avviare le Industrie riunite.
E’ un tipo silenzioso e solitario,che reagisce con calma al momento dell’arresto:”Michele Vinci è impazzito”,ripete con tranquillità.
L’arresto è reso necessario per poter riavviare le indagini,che ripartono da zero.
Che però non portano ad alcun risultato.
Si è scavato nella vita di Nania,cercando punti oscuri,zone d’ombra.
Non emerge assolutamente nulla.
Nonostante le dichiarazioni di Vinci,confuse e frammentarie,si cerca qualche riscontro alle dichiarazioni. Nulla. E così a maggio 1975 il processo riprende.
Il pubblico ministero è Ciaccio Montalto,che verrà ucciso dalla mafia.
Vuol vederci chiaro,vuol dissipare la cortina fumogena che sembra nascondere le tante anomalie di quella storia raccapricciante. Ma sbatte la testa contro un muro di omertà e di silenzi.
Il 4 luglio del 1975 la sentenza:Michele Vinci è colpevole,e viene condannato all’ergastolo; Giuseppe Guardato è assolto perché il fatto non sussiste.
La sentenza è questa,ma sia il pm che gli inquirenti hanno forti dubbi;la ciocca di capelli femminili ritrovati sul nastro adesivo servito per chiudere la bocca della piccola Antonella,la limitata intelligenza del Vinci,le contraddizioni della sua versione,sono elementi importanti ma non utilizzabili nel processo.
Qualche mese dopo a Vinci,in carcere,viene sequestrato un diario personale nel quale racconta un’altra versione.
Papà Valenti si era rifiutato di far parte di un gruppo di fuoco che doveva rapire un onorevole democristiano,ed era stato punito con il rapimento della figlia.
Una nuova versione,che tira in ballo la mafia.Montalto pensa possa essere una pista valida,ed effettivamente la cosa inizia a far presa sulla gente.
Ma il problema dell’inaffidabilità del Vinci rimane irrisolto.
Al processo d’appello di dicembre del 1976,nuove ombre e nuovi sospetti vengono avanzati. Un perito settore dichiara apertamente che le sorelle Marchese non potevano essere cadute dall’alto senza procurarsi nemmeno una frattura. Si riesaminano le prove,viene ricostruito punto per punto il percorso degli scellerati delitti.
Alla fine i giudici propendono per i risultati del primo processo:Michele Vinci è l’unico colpevole,ma la pena viene ridotta dall’ergastolo a trent’anni di reclusione.
La sentenza definitiva riduce a ventinove gli anni di galera per Vinci.
E’ la fine dell’iter processuale.
Ma non la fine della storia.
Un altro giudice che sarebbe rimasto vittima della mafia,Paolo Borsellino,riapre il caso in seguito ai dubbi sollevati durante la trasmissione televisiva Telefono giallo di Corrado Augias.
Non emergendo nulla di nuovo,lo richiude.
Una storia oscura,in definitiva.
Con molti tasselli mancanti e molti interrogativi.
Fù veramente Vinci,un uomo di scarsa intelligenza,a organizzare e portare avanti il rapimento con le successive morti delle povere piccole?
Perché alcuni dei protagonisti di questa storia sono morti in incidenti misteriosi?
Chi dette da mangiare per 15 giorni alle sorelline Marchese?
Che fine fece la testimonianza di colui che vide Giuseppe Li Mandri,un muratore,passare con una 500 con bambini a bordo?
Li Mandri venne interrogato dalla polizia e disse che stava accompagnando le figlie in ospedale,ipotesi smentita dalla moglie. L’uomo morì pochi giorni dopo in un incidente sul lavoro:precipitò da un palazzo mentre riparava una tubatura. Semplice coincidenza?
Troppe domande,tutte senza risposta.
Oggi Michele Vinci ha scontato la sua pena ed è un uomo libero.
Vive in provincia di Viterbo dal 2002.
E’ l’unico che potrebbe dare spiegazioni.
Spiegazioni che potrebbero finalmente mettere la parola fine su sospetti e illazioni.
Che però non restituirebbero la vita a tre bambine morte in maniera orribile in un Italia che negli anni settanta avrebbe visto molte storie crudeli come la loro

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In ---> un mostro a marsala
domenica, 29 marzo 2009 - 12:18


Canone reale di Torino

Fino al rinvenimento assolutamente casuale della Stele di Rosetta, con la sua iscrizione trilingue,  che permise a Champollion di decifrare i geroglifici, tutto cio che conoscevamo delle antiche dinastie egizie era affidato alla lista reale di Manetho o Manetone, sacerdote vissuto in epoca tolemaica, che la aveva compliata grazie a documenti o iscrizioni che abbiamo in gran parte perso. Manetone, vissuto all'incirca nel III secolo avanti Cristo, era probabilmente addetto al culto di Serapide durante il regno di Tolomeo I Sotere, fondatore della dinastia tolemaica, che terminò ingloriosamente la sua storia con la regina Cleopatra. Come già detto, ebbe la possbilità di consultare documenti che, per quanto vecchi di secoli, si sono poi rivelati abbastanza attendibili, alla luce delle successive scoperte archeologiche. Tuttavia la sua opera è giunta  a noi non in originale, ma attraverso i sunti o le traduzioni di storici come Flavio Giuseppe, Sesto Africano o Eusebio di Cesarea, che scrissero in greco la traduzione di quello che rimaneva della lista di Manetone per renderla comprensibile ai conquistatori macedoni al comando di Alessandro Magno. L'opera, importantissima, contiene però errori molto gravi, imputabili probabilmente a cattive traduzioni, a rimaneggiamenti o semplicemente alle fonti stesse del sacerdote, che supplì alla mancanza di informazioni attendibili con l'ascolto di tradizioni orali, spesso mitiche o infarcite di particolari leggendari.

Lista reale di Abydos

Il risultato fu un'opera che, sopratutto nel secolo scorso, è stata guardata con diffidenza dagli storici. Con il passare del tempo, tuttavia, gli storici hanno potuto stabilire quanto di vero c'era nella lista, sfrondandola da particolari spesso non corrispondenti alla storia, e salvando comunque la distinzione in dinastie fatta dal sacerdote, che viene ancora oggi utilizzata. Manetone stese l'Aegptyaca, che oltre a riportare i nomi dei faraoni dalla prima alla 30a dinastia, raccontava i fatti più importanti accaduti nella storia d'Egitto. Opera andata perduta, che forse avrebbe potuto illuminare periodi della storia d'Egitto che ancora oggi appaiono densi di icognite. La sua lista dinastica parte da 0tt0 re di Tinis, di cui non si conoscono i nomi, per riprendere poi da Menes (Narmer), il faraone che unificò l'alto e basso Egitto, per arrivare a Nectanebo, ultimo re della XXX dinastia citato.

La tavola di Saqqara

Attraverso le sue annotazioni, apprendiamo che Menes, per esempio, mori nel Nilo per colpa di un ippopotamo, che sotto Semempses l'Egitto subì una durissima carestia, che sotto Binotris le donne ebbero più influenza e quindi maggior potere. Curioso l'episodio citato a proposito di Cheope (Khufu): Manetone riporta la seguente frase "Costruì la grande piramide che Erodoto, nei suoi scritti riteneva fosse stata costruita da Cheope. (lui lo chiama Sufis ndr).Ebbe in spregio gli dei e scrisse un libro sacro che ebbi in Egitto come opera di gran pregio ."

Se diamo credito a Manetone, è andato perso purtroppo un testo che avrebbe fatto chiarezza su un periodo che conosciamo poco, quello della IV dinastia, periodo storico fondamentale per l'evoluzione della cultura e della storia egiziana, con la costruzione delle grandi piramidi. Ma l'opera di Manetone, meritoria, non è l'unica fonte alla quale gli studiosi si sono ispirati per la compilazione della storia dei faraoni egizi. Il rinvenimento fortuito di una lastra in basalto di 43 cm. di altezza  per 30, 5 di larghezza, anch'essa giunta a noi molto rimaneggiata, ha gettato luce sul periodo più antico della storia egizia, quello che va dalla prima alla quinta dinastia; è la cosidetta Pietra di Palermo, dal nome della città dove è custodita, portata là da Ferdinando Gaudiano, un collezionista che la ebbe in qualche modo nel 1877. E' un'opera fondamentale, perchè scolpita durante la Va dinastia, quindi con riferimenti di prima mano, e che contiene citazioni storiche relative ai primi settecento anni della storia egizia, ricostruiti attraverso i nomi dei re, delle loro madri e mogli, le piene del Nilo e le festività religiose. L'opera è largamente incompleta, ma ci da un quadro unico su quel periodo storico. I 15 re predinastici che contiene sono stati confermati dagli studiosi, e grazie ad essa abbiamo appreso come già nel periodo che va, grosso modo dal 2890 AC al 2680 AC, gli egizi conoscessero l'uso del rame, che si muovevano in lungo raggio per catturare schiavi o semplicemente importare materie prime, che realizzavano statue e che quindi non erano affato una popolazione allo stato nomade, ma che avevano già la struttura sociale che poi sarebbe diventata la vera forza dell'Egitto antico.

Un altro documento molto importante a cui gli studiosi hanno potuto attingere è il Canone reale di Torino; anch'esso deve il suo nome alla città che lo custodisce, nello splendido museo egizio della città. In questo caso non abbiamo di fronte un documento in basalto o diorite, ma un fragilissimo papiro, ridotto in oltre 160 frammenti, recuperati da Drovetti a Tebe. In origine, al momento del ritrovamento, era integro, ma venne trasportato male e conservato peggio, con il risultato funesto che oggi è lungo 1,70 metri per un'altezza di 41 cm. Scritto da tutti e due i lati, il papiro manca oggi sia dell'inizio sia della fine; ma resta un documento importantissimo ,perchè contiene l'elenco dei re protodinastici fino ai re dinastici della XXVII a dinastia, durante la quale venne scritto in scrittura jeratica. Parte da Ptah, re-dio e cita anche numerosi re Hyksos, e sopratutto contiene nomi dire sconosciuti, non essendo una lista celebrativa ma semplicemente storica.

Un documento particolare, che risiede ancora sul posto dove venne realizzato è la cosidetta Lista di Abydos; incisa sul tempio funerario del grande Seti I, padre di Ramsete II, venne scoperta da uno dei padri dell'archeologia egizia, il fondatore del museo del Cairo, Auguste Mariette. Su di essa è raffigurato il grande faraone, che tiene la mano al giovane Ramsete, mentre rende omaggio a 76 antenati, il primo dei quali è il solito Menes, per giungere al faraone stesso.

Anche Saqqara, nella sua necropoli, ha la sua brava Bibbia di pietra. Il solito Ramsete è raffigurato, sulle pareti di una tomba di un funzionario, nell'atto cerimoniale di sacrificare agli antenati. Curiosamente però il primo faraone della lista, che contiene una cinquantina di nomi in  parte illeggibili, non è il solito Menes, bensi il faraone Aha. Questa lista si discosta molto da quelle già citate, contendo nomi differenti.


La pietra di Palermo


Nel complesso funerario di Karnak il faraone Thutmosis III fece invece scolpire un'altra lista di predecessori, in quella che è definita la Stanza degli antenati; qui l'ordine cronologico dei re non è rispettato, e compaiono nomi di faraoni che probabilmente tali non furono, appartendo in realtà all'aristocrazia. Erano principi o reggenti; in questo caso il valore storico dell'iscrizione è davvero relativo.

Accanto a questi reperti, che hanno importanza capitale per la conoscenza della successione al trono dei faraoni egizi, esistono altri documenti che gettano luce su alcuni periodi storici particolarmente precisi. E' il caso del papiro Abbott, che venne steso durante il regno di Ramsete IX, e che se non contiene nomi di re, ci racconta la storia di come venivano celebrati i processi ai ladri di tombe. Quello dei furti nelle tombe reali era ormai diventato un problema quasi insolubile, e in questo papiro vengono descritte le indagini e il processo a cui furono sottoposti alcuni ladri, descrivendone il nome e la successiva condanna.

Un documento conosciuto solo dagli addetti ai lavori, e che sembrerebbe minore, chiamato I decreti di Coptos, ha invece un'importanza capitale per gli studiosi; scritto da Shemai, una sorta di visir vissuto durante il Primo periodo intermedio, quindi attorno al 2200 e 2040 AC, riporta i privilegi che lo stesso ebbe da alcuni  sovrani della IX e X dinastia. Un periodo storico in cui l'Egitto subì grossi cambiamenti a livello politico, con il deterioramento del potere centrale a favore della periferia, retta spesso da governatori che agivano in maniera quasi indipendente. Essendo questo un periodo assolutamente povero dal punto di vista documentale, grazie a Shemai abbiamo qualche notizia in più sia sulla forma assunta dallo stato, sia i nomi di alcuni re che continuavano comunque a reggere lo stato centrale.

La lista reale di Abydos

Accanto a iscrizioni su pareti di templi come quelle di Abydos, Saqqara, Karnak, altre sono state trovate recentemente, e sono oggetto di studi approfonditi; ci sono larghe zone d'ombra, nella cronologia egizia

 

Paul Templar

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In ---> liste reali egizie
venerdì, 20 marzo 2009 - 19:54

La piramide di Micerino a Giza

La IV dinastia, che tanto lustro aveva dato all'Egitto, per opera sia dei faraoni che ne avevano fatto parte, sia per le immani costruzioni da essi stessi portate a termine, finisce con Micerino, o Menkaura, secondo la esatta pronuncia egizia, il costruttore della terza piramide, in ordine di grandezza, tra quelle presenti nella piana di Giza. Anche sulla vita di Micerino ci sono più zone d'ombra che di luce: di lui sappiamo quel poco raccontato da Erodoto, peraltro poco affidabile, vista la tendenza a prendere per buone storie tramandate da duemila anni, e chiaramente false ( clamorosa quella della figlia di Cheope che si prostituiva in cambio di una pietra per costruire la piramide del padre!), e quel poco che sappiamo è chiaramente insufficiente a spiegarci quello che avvenne durante il suo regno. A dar retta ad Erodoto, fu di gran lunga il più amato faraone della IV dinastia; pare che fosse un uomo giusto e retto, dedito agli dei e ad una vita morigerata. Prendiamo con le pinze il resoconto del grande viaggiatore dell'antichità e andiamo avanti. Secondo il canone di Torino, un papiro risalente forse ai tempi di Ramsete II, recuperato dal geniale Drovetti e oggi visibile al museo egizio di Torino, alla morte di Chefren salì sul trono Menkaura.


Il rivestimento originario


 La lista di Manetone, sacerdote vissuto durante i tempi di Tolomeo I, per secoli l'unica fonte attendibile della cronologia faraoina egizia, a salire sul trono sarebbe stato Bicheris, che avrebbe regnato uno o due anni, prima di lasciare il posto a Menkaura. Sul regno di quest'ultimo, chiamato da Erodoto alla maniera greca, Mikerynos, da Manetone Menkheres e dagli autori del Canone di Torino, della lista di Abydos e da quella di Saqqara con la denominazione poi adottata di Menkaure (a), non ci sono dubbi di sorta, e gli studi successivi alla decifrazione dei geroglifici ha confermato la bontà delle fonti. Il suo nome egizio era Horo Kakhet, e il suo regno coprì all'incirca un lasso di tempo di 18-19 anni, durante i quali, come già detto, la cosa più importante che fece ( che almeno noi conosciamo), fu la costruzione nella pianura di Giza della più piccola delle tre piramidi.Alta 65 metri, quindi meno della metà di quella di Cheope (137 metri),larga alla base 108 metri per lato, venne rivestita per circa un terzo di elegante granito rosso, ma venne inspiegabilmente lasciata così.


Il tempio di Micerino


Forse la morte del faraone, forse la fine dell'età dell'oro, forse un ridimensionamento della potenza e dell'autorità del faraone portarono ad una scelta che lasciò incompiuta l'opera. Di certo al suo interno venne posto un magnifico sarcofago di basalto che venne caricato sulla Beatrice, una nave che doveva trasportarlo in Inghilterra, al British museum. Al largo della Spagna una furibonda tempesta provocò l'affondamento della nave stessa, e il sarcofago e alcune casse contenenti altri reperti importanti finirono, per una sinistra ironia, sul fondo del mare, dopo aver resistito venticinque secoli ai tentativi di sottrazione dei ladri di tombe. Nella piramide vennero costruiti due diversi ambienti: una dedicata al faraone e alle sue necessità, un'altra che non venne completata.
Al lato della piramide vennero costruiti anche un tempio funerario, quasi completamente perduto e un viale riservato alle processioni; un'operazione importante, che mostra come in realtà tutto facesse parte di un disegno molto ampio, probabilmente inteso ad una maggiore glorificazione divina del faraone.


La meravigliosa triade

Alcune curiosità:
- fu il colonnello Richard William Howard-Vyse a trovare il nome di Micerino scritto su un soffitto di una delle piramidi delle regine. E fu sempre lui ad inaugurare la triste stagione dell'utilizzo della dinamite per aprire varchi nei monumenti egizi, cosa che venne ripresa in seguito da Giovanni Belzoni.Fu probabilmente il primo bianco a mettere piede nella piramide, dopo naturalmente gli immancabili arabi che, alla ricerca di tesori, avevano da tempo profanato la costruzione, lasciandola, tra l'altro, stracolma di immondizia. Il colonnello rinvenne, nel sarcofago, uno scheletro avvolto sommariamente in un bendaggio rudimentale. Il tutto, spedito al British, venne analizzato successivamente, con la scoperta che non si trattava di uno scheletro del periodo dinastico, ma di datazione nell'era cristiana;
-una delle opere più belle dell'antichità egizia è una lastra in scisto  che rappresenta il faraone (posto ovviamente al centro della composizione), tra la dea Hathor e una dea che personifica un nomo locale. L'opera è di una bellezza e raffinatezza che lasciano senza fiato, e che testimoniano il grado eccelso raggiunto dall'arte egizia;
-Reisner, il fortunato professore che la cui equipe scoprì il tesoro della regina Hetheperes, madre di Cheope, individuò, nel 1913, una zona a sud della piramide che serviva per il seppellimento di sacerdoti che vissero durante il regno di Menkaura.

Paul Templar

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In ---> piramide di micerino
giovedì, 12 marzo 2009 - 12:47

Il giorno della fortunata scoperta

Le più grandi scoperte archeologiche sono state, nel passato, anche frutto del caso o, se vogliamo, della fortuna. Basti pensare alla scoperta più importante di sempre, come la tomba di Tutankamon, al ritrovamento della venere di Milo o del busto di Nefertiti. Non fa eccezione quella della tomba di Hetepheres, regina d'Egitto della IV dinastia, moglie di Snefru (o Snofru) e madre del più enigmatico faraone della millenaria storia d'Egitto, Cheope. Una tomba ben visibile, conosciuta da almeno tre millenni, eppure inspiegabilmente trascurata; una tomba che sorge ad est della grande piramide, e che è conosciuta dall'antichità, assieme alle altre che la affiancano, come la tomba della regina.


L'ingresso dimenticato


Le prove del passaggio di ladri di tombe

Ed era una regina, Hetepheres. Moglie di Snofru, secondo Manetho o Manetone, il fondatore della IV dinastia, quella che diede all'umanità la testimonianza più preziosa dell'ingegno e della cultura egiziana, costituita anche dalle grandi piramidi e dalla Sfinge, e da quel poco che è sopravissuto alle spogliazioni dei ladri di tombe, alle quali non si è sottratta, parzialmente, anche la tomba della grande regina. Figlia, con molte probabilità, di Huny, ultimo faraone della dinastia precedente, visse accanto a Snofru, faraone la cui fama era nell'antichità molto vasta. E' l'uomo che costruì due piramidi di oltre 90 metri di altezza a Dahsur, località vicino a Saqqara, famosa per la presenza della piramide a gradoni di re Zoser, progettata e costruita dal Leonardo d'Egitto, Imhotep. Ed è anche il faraone ricordato per aver riportato due grandi vittorie sui popoli vicini, una in Nubia e l'altra in Libia, vittorie che fruttarono un colossale bottino in uomini e bestiame.


Alcuni monili della regina

Hetepheres visse quindi in un momento storico straordinario, in cui il livello della civiltà egizia cresceva esponenzialmente; eppure di lei si conosce ben poco, per una serie di motivi. Il più importante dei quali è l'abituale ritrosia dei biografi egizi a focalizzare l'attenzione oltre la figura del faraone; inoltre, cosa più importante, il grandissimo lasso di empo passato dalla morte della regina ad oggi. Non dimentichiamo, infatti, che la stessa cronologia dei re egizi ha richiesto uno sforzo sovrumano per essere ricostruita, partendo spesso dalla lista di Manetho o dalla Pietra di Palermo, a loro volta incompiute o meglio, giunte a noi in forma incompleta. Solo il lavoro paziente degli archeologi, la loro passione e la loro competenza ha permesso di far luce su un periodo altrimenti condannato all'oblio.


La preziosa portantina

Basti pensare, per esempio, che della vita di Cheope, il costruttore della grande piramide, conosciamo poco e nulla; in realtà non conosciamo nemmeno il suo aspetto, visto che a noi è arrivata solo una minuscola statuetta che forse lo raffigura.Una donna, Hetepheres, che sicuramente ebbe influenza a corte e sulle decisioni del marito, e che alla sua morte venne sepolta con tutti gli onori nella piana di Giza, dove sarebbero sorte, di li a poco, le tre piramidi di Cheope, Chefren e Micerino.


Lo splendido letto di Hetepheres

Il suo nome sarebbe rimasto con ogni probabilità menzionato solo come regina consorte se il caso, come già detto all'inizio, non avessedeciso di aiutare un anonimo fotografo, Mohamadien Ibrahim, che lavorava, quel 2 febbraio 1925 per l'equipe del professor George Andrew Reisner, archeologo dell'Università di Harvard davanti alla tomba della regina. Mentre montava il cavalletto per effettuare delle riprese, urtò accidentalmente contro la parete di una piccola buca. Si chinò per vedere se il cavalletto aveva dei danni e vide uno strato di intonaco affiorare a pelo dalla buca. Incuriosito, decise di scavare nella piccola fossa, e vide che lo strato era posto a protezione di un'apertura; lasciò tutto com'era e corse a chiamare Alan Rowe che era assistente di George Reisner


George Reisner

G700 x, come venne denominato il ritrovamento, era in realtà l'anticamera della tomba della regina Hetepheres; era stato risigillato, perchè, come scopriranno in seguito gli archeologi di Reisner, in un remoto passato i soliti ladri di tombe erano penetrati all'interno. E l'effrazione era avvenuta durante il regno di Snefru, che aveva fatto sistemare e risigillare la tomba.


Splendidi vasi in alabastro, il corredo funebre di Hetepheres

A marzo del 1925 le speranze di Reisner e della sua equipe divennero certezze: una tomba probabilmente inviolata della IV dinastia stava per rivelare i suoi misteri dopo 3000 anni. A venticinque metri sotto terra giaceva il sarcofago della regina: gli archeologi stabilirono che si trattava di Hetepheres, ma ricevettero una prima cocente delusione, perchè all'interno dello stesso non c'era il corpo mortale della donna


La piramide di Hetepheres

Dopo la naturale delusione, tuttavia, gli studiosi si resero conto immediatamente della portata del ritrovamento: all'interno c'era il tesoro più importante di sempre, fatto non di oggetti preziosi, o almeno non soltanto di quelli, ma di oggetti d'uso comune, di offerte agli dei, che permisero di gettare uno sguardo inedito su usi e costumi di 30 secoli addietro. Come racconta Reisner, l'emozione fu davvero enorme:


Il sarcofago

"“Questa tomba intatta ha rappresentato per la prima volta nella storia degli scavi egizi, un'occasione di studio della sepoltura di grande personaggi, di un periodo antecedente 1500 anni le tombe reali del nuovo regno. (...)Osservando dentro da una piccola apertura, abbiamo visto un bel sarcofago di'alabastro regolarmente coperto. Il sarcofago era decorato con  parecchi strati di oro intarsiati  e sul pavimento c'era la massa confusa di mobili e oggetti  d'oro.„


I vasi Canopi

Una descrizione che ricorda quella emozionante , lapidaria, fatta da Carter qualche anno dopo davanti ad una scena per certi versi simile, un muro d'intonaco che copriva da secoli la tomba di un oscuro faraone, Tutankamon: "Vedo cose meravigliose" Ma, al momento, la scoperta dell'equipe di Reisner avevano una valenza ed una portata straordinaria.
Dopo aver dovuto sopportare i rischi di stabilità del sito, con un crollo che mise in pericolo la vita degli archeologi, gli stessi si trovarono di fronte al rischio di deterioramento dei reperti. Se per i manufatti d'oro il pericolo era inesistente, con i reperti in legno e in altri materiali il rischio concreto era quello di vedere svanire in un attimo secoli di storia.Con pazienza certosina, gli archeologi restitu irono alla storia un letto con baldacchino intarsiato d'oro, piatti, oggetti d'oro, uno scrigno in cui riporre i gioielli che sarebbero serviti alla regina Hetepheres per affrontare il suo viaggio nell'aldilà e renderla bella, una lettiga per il suo trasporto.... un tesoro senza precedenti e sopratutto inestimabile dal punto di vista storico.


Un visitatore illustre: la regina di Romania

Quello che tuttavia incuriosì di più gli archeologi fu lo stato di confusione che regnava all'interno, così come appariva inesplicabile la mancanza del corpo della regina.
Quello che tuttavia incuriosì di più gli archeologi fu lo stato di confusione che regnava all'interno, così come appariva inesplicabile la mancanza del corpo della regina. Reisner ipotizzò che alla morte di Hetepheres la stessa fosse stata sepolta nella tomba, ma dopo un tentativo di furto, il marito avesse deciso di trasportare il corpo in un posto più sicuro.


Il professor Reisner e la sua equipe

Lo stesso Reisner ipotizzò dell'altro, come la misteriosa sparizione del corpo durante il trasporto alla tomba effettiva, ma sono solo teorie. Quello che accadde non lo sapremo mai, a meno di ritrovamenti particolari, come biografie su papiro o altro. Quello che davvero conta è la mole di reperti ritrovati, che ancora oggi risultano essere i più importanti attribuibili alla IV dinastia. La tomba di Hetepheres continua a mantenere i suoi segreti, vecchi di millenni, così come il buio avvolge la figura di questa regina, diventata famosa, come Tutankhamon, solo per il ritrovamento degli arredi della sua tomba.


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venerdì, 27 febbraio 2009 - 18:52


Dendera, o Lunet, come la chiamavano gli antichi egizi, è una località famosa per la presenza di un complesso di templi fra i meglio conservai fra quelli arrivati fino ai giorni nostri. Costruito su una superficie di oltre 40.000 metri quadri, il tempio risale al 2250 avanti Cristo, anche se i lavori più importanti vennero svolti in epoca tolemaica. La versione che conosciamo noi è esattamente quella costruita attorno al 360-300 avanti Cristo, ed è dedicato alla dea Hathor.



Il tempio di Hathor

Fu il primo direttore del museo del Cairo, Auguste Mariette, a scoprire casualmente alcune cripte nel tempio, cripte affascinanti per la presenza di numerosi bassorilievi di grande livello artistico, ma non solo. Uno di questi bassorilievi, venuto casualmente alla luce quando alcuni ladri asportarono parti del rivestimento della cripta, fa arrovellare gli studiosi sin dall’epoca della sua scoperta; il motivo è la presenza, su di esso, di una strana raffigurazione.



Il grande Auguste Mariette

Vi è inciso, infatti, un sacerdote che sembra sostenere ( ma la prospettiva rende difficile l’interpretazione) una strana forma oblunga, simile ad una valvola di quelle che anni addietro erano contenute nei televisori; allo strano oggetto è collegato un corsone, un cavo che è allacciato all’oggetto e che scompare nello stesso, coperto nella parte dell’innesto da una specie di fiore a tre protuberanze; all’interno dell’ovale deformato c’è una raffigurazione stilizzata di un serpente, che parte da un lato dell’oggetto fino ad arrivare alla sua fine.



L'incisione del mistero

 Sotto l’oggetto, due figure contrapposte sono inginocchiate con le mani tese, mentre, sulla destra, un’altra figura da le spalle alla coppia e guarda in un’altra direzione. Il bassorilievo non ha alcun precedente, fra quelli conosciuti, nella cultura egizia. Ed è questo il primo mistero; come mai fra tutto quello che abbiamo ritrovato, questo bassorilievo non è mai stato più replicato? Inoltre: qual è la ragione dell’utilizzo di una raffigurazione così stridente con  la realtà, ossia senza alcun riferimento conosciuto con essa?



Gli studiosi che ebbero occasione di vedere il bassorilievo subito dopo la scoperta, pur stupefatti dal ritrovamento elaborarono una teoria; l’oggetto era un fiore di loto, e il serpente la raffigurazione primordiale della vita che sboccia da esso; quello che sembra un cavo altro non sarebbe che la raffigurazione stilizzata della colonna vertebrale di Osiride, e il tutto rimanderebbe ad una cerimonia collegata alla costruzione del tempio. L’interpretazione che gli studiosi ne danno sembrerebbe quindi smentire qualsiasi ipotesi misteriosa legata alla scoperta di apparecchiature elettriche o di fenomeni legati all’elettricità nell’Egitto antico.

La puntata di Voyager dedicata a Dendera




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