lunedì, 09 novembre 2009 - 12:18
Postato da PaulTemplar - Permalink - commenti - commenti (popup)

In --->
domenica, 20 settembre 2009 - 06:52


Il destino conduce gli uomini su strade alle volte estremamente misteriose.
Ed è il destino l'autentico,assoluto protagonista della vicenda umana di Ambrogio Fogar,l'uomo che tentò di portare la sfida all'ignoto,al pericolo, oltre la soglia dell'umano.
La sua è una storia importante, vera e umana.
La storia di un uomo che,affascinato dall'incognito, dotato di uno spirito libero e avventuroso, scelse di sfidare la natura,vincendo molte battaglie, perdendone alcune, fino a combattere oggi quella più difficile: vivere attaccato alle macchine, portando avanti un'altra battaglia.
Quella che conduce all'esplorazione dell'io, dimostrando che si può essere ancora un uomo pur non camminando, pur dovendo dipendere, per vivere e respirare, dall'affidarsi a quelle macchine che lui, esploratore indomito amava così poco.
Fogar nasce a Milano il 13 agosto del 1941.



Sente sin da piccolo l'attrazione fatale per la natura e per le sfide estreme ad essa; decide di attraversare le Alpi con gli sci e lo fa, da grande testardo qual è.
Ma non gli basta, e così sceglie un'altra sfida, il volo: si arma di paracadute e si lancia 50 volte, fino a quando, un grave incidente, gli impedisce di continuare.
E allora lui decide di prendere il brevetto di volo e impara a guidare piccoli aerei; ma stà per avere l'incontro che gli cambierà la vita, quello che lo consegnerà alla leggenda.
Il mare. Le sue lunghe e incontaminate distese di un azzurro che alle volte fanno male agli occhi, la sua solitudine e il suo pericolo, due costanti che faranno parte, come una seconda pelle, del suo essere.
E' un amore immediato e assoluto.
E lo dimostra,il suo amore sia per esso che per l'avventura, imbarcandosi in una sfida temeraria: attraversare l'Atlantico del nord.
Ci riesce, e la cosa ha dell'incredibile, perché per buona parte del viaggio sarà costretto a navigare senza timone.




Nel 1972,appena tornato dal viaggio,progetta una nuova impresa:questa volta parteciperà alla regata Città del Capo-Rio De Janeiro.
Parte a gennaio,e ritorna. Giusto in tempo per lanciarsi in un'altra impresa,e questa volta in una di quelle da far tremare i polsi.
Sceglie infatti la traversata in solitario del mondo,ma non con i canoni classici:non sarebbe Fogar se non scegliesse la cosa più difficile.
Da est ad ovest,contro il senso delle correnti, contro il senso stesso dei venti.
E' un viaggio che lo cambierà profondamente.
Per tredici mesi,da novembre del 1973 a dicembre 1974 sarà solo con se stesso, aggrappato alla sua barca. Attorno a se soltanto il blu sconfinato degli oceani,per compagno il vento e la pioggia, quel senso di solitudine che coglie l'uomo alle prese con la natura,piccolo fuscello in balia dei suoi elementi.
Matura in se la convinzione di poter raccontare, grazie al bagaglio delle sue esperienze, un mondo fatto soltanto di suoni e colori che il cittadino e l'uomo qualunque non possono avvertire.
E' la base di quelle che saranno le sue esperienze successive, narrate poi nei suoi libri e attraverso quella straordinaria, incredibile esperienza che sarà Jonathan,dimensione avventura, il programma televisivo dell'allora Fininvest che lo farà conoscere al grande pubblico.



Partecipa ad una spedizione nel triangolo delle Bermuda, alla quale si unisce il grande Majorca, campione di immersione in apnea, lo pseudo sensitivo Uri Geller, e il professor Carabelli del Politecnico di Milano.
Lo scopo è quello di tentare di dare una spiegazione scientifica alle misteriose sparizioni di navi e aerei nella zona marina, compresa nelle acque attorno alle Bahamas.
L'esito della spedizione sarà per lui estremamente deludente.
Il destino, di cui parlavo all'inizio, decide di intrufolarsi nella sua vita.
E lo fa in maniera subdola.
Nel 1977 Fogar decide di partire con la sua barca, lo Spirit of Surprise, per un viaggio da Buenos Aires alle acque di Capo Horn.
Ad accompagnarlo c'è un giornalista ed amico, Mauro Mancini.
Il 19 gennaio 1978 è un giovedì.



I due amici stanno navigando quando un gruppo di orche attacca l'imbarcazione:in un lampo la barca affonda e i due riescono miracolosamente a salvarsi su una zattera di fortuna.
Senz'acqua ne cibo, le loro vite sono affidate all'imponderabile.
Per giorni e giorni i due sopravvivono grazie all'acqua piovana e a una piccola, microscopica riserva di grasso. Di quei giorni c'è traccia nel diario di Mancini: "Ambrogio Fogar è stato un marinaio esemplare e un uomo molto coraggioso". E ancora: "Desidero che il giornale tratti sempre Fogar con il rispetto e la dirittura morale con le quali si è comportato con me sulla zattera".
Sono parole importanti.
Perché quando il 2 aprile i naufraghi, salvati da un cargo greco, vengono finalmente tratti in salvo, avviene il vero dramma.
Debilitato dai giorni in mare, nel corso dei quali ha perso oltre 40 chili, Mancini muore all'improvviso.
Una dissennata campagna di stampa attribuisce a Fogar la responsabilità dell'accaduto.
Prima avrebbe indotto il giornalista a partire, forzandolo. Poi, una volta recuperati dopo 74 giorni trascorsi nella zattera, non avrebbe capito le vere condizioni di salute del giornalista, e - senza che fosse necessario - avrebbe costretto il capitano della Master Stefanos, il greco Hohannis Kukunaris, a cambiare rotta. Infine, avrebbe comunicato che andava tutto bene.



Non c'è nulla di vero, eppure Fogar diviene un comodo agnello sacrificale.
Quest'episodio lo tormenterà per sempre, scavando in lui una ferita mai più rimarginata.
Da questo momento qualsiasi cosa faccia, Fogar deve difenderla dall'aggressività dei media, che sembrano non perdonargli, inspiegabilmente, nulla di quello che fa o dice.
Progetta una spedizione al polo, in compagnia del fido Armaduck, il suo Husky. Si serve, per l'occasione, dell'appoggio aereo, cosa che non era prevista, ma che lui non smentirà mai. La spedizione non riesce e naturalmente ecco piombargli addosso la solita valanga di critiche.
Ma è arrivato per Fogar il momento di far fruttare tutte le esperienze accumulate nel corso degli anni, di quegli anni febbrili e vissuti a cento all'ora, alla ricerca spasmodica dei limiti umani, o forse, più semplicemente, alla ricerca in sé di qualcosa di oscuro.
Nasce così il progetto Jonathan,dimensione avventura.



E lo fa prendendo il nome del protagonista del romanzo di Bach,Il gabbiano Jonathan, simbolo di libertà e di voglia di immenso, di possibilità di esplorare e di viaggiare,senza altro limite che il cielo e il mare.
Il programma ha un successo straordinario,e và in onda per otto stagioni.
Sono anni intensi,in cui il suo spirito indomito sembra placarsi, teso com'è alla ricerca di posti,situazioni e storie coinvolgenti da presentare a quel pubblico e coloro che hanno sempre ammirato in lui lo spirito da novello Ulisse che sembra pervaderlo.
Ritorniamo ancora una volta al destino.
Che questa volta prepara il conto, e sarà un conto durissimo.
A settembre del 1992 Fogar partecipa al Rally Parigi Mosca Pechino.
L'auto non è il suo mezzo, non gli è congeniale: ma lo spirito di iniziativa lo spinge fatalmente all'ennesima prova.
Nel deserto del Turkmenistan la sua auto si capovolge.
La seconda vertebra si trancia,e si trancia anche il midollo spinale.
La diagnosi è terribile: Fogar non potrà mai più alzarsi da un letto, dovrà dipendere per sempre dalle macchine e dagli altri.




Proprio lui, il navigatore solitario, l'uomo che aveva accettato le sfide della natura con spirito guascone.
E pensare che aveva partecipato brillantemente ad altri rally, tra i quali tre Parigi Dakar e tre Rally dei faraoni. Esperienze che lo avevano portato a riconsiderare il suo rapporto con i mezzi meccanici.
Da quel settembre inizia per Fogar un calvario incredibile.
L'impossibilità di muoversi si unisce all'impossibilità di respirare in autonomia; per qualsiasi cosa deve essere aiutato da qualcuno,fin ai bisogni elementari.
"All'inizio ho pensato molte volte di morire, ho pregato le mie sorelle di portarmi in Olanda per farla finita. È difficile accettarsi quando non sei più quello di prima: ogni impulso è una frustata, ogni desiderio una ferita, nelle mie condizioni devi chiedere aiuto anche per grattarti il naso", dice in un'intervista al Corriere della Sera.
Ma se il suo spirito indomito sembrava fiaccato, pure Fogar trova,con il tempo, forze sconosciute alle quali aggrapparsi. E così inizia la sua battaglia,solitaria, anche se aiutato dalla famiglia, ad un male terribile e crudele.
Racconta ancora: ""È la forza della vita che ti insegna a non mollare mai, anche quando sei sul punto di dire basta - spiega -. Ci sono cose che si scelgono e altre che si subiscono. Nell'oceano ero io a scegliere, e la solitudine diventava una compagnia. In questo letto sono costretto a subire, ma ho imparato a gestire le emozioni e non mi faccio più schiacciare dai ricordi. Non mi arrendo, non voglio perdere..."."
Le parole di una tempra indomita, non piegabile.




"C'è una vita che continua e non posso dire che la mia sia noiosa o monotona".
Sono le parole di un uomo che nonostante tutto non molla.
E così decide di partecipare ad un giro d'Italia in barca a vela, dimostrando che nulla è impossibile, nemmeno per un ammalato nelle sue condizioni. Scrive libri, detta articoli, diventa attivista di Greenpeace nella difesa delle balene.
""Quando sei così, non hai alternative. Più del coraggio serve la speranza, la fede in Dio, la forza che ti dà una persona amica"
Non arrendersi, mai.
E oggi, grazie al progresso della medicina, allo studio sulle staminali, si apre un piccolo, fugace barlume di speranza.
Fogar lo sa, e si aggrappa a questo.
E continua solitario anche nella sua ultima battaglia, quella per la vita.


Appendice:di Fogar esistono diversi libri. Eccoli:

''Il mio Atlantico''
''La zattera''
''Quattrocento giorni intorno al mondo''
''Il Triangolo delle Bermude''
''Messaggi in bottiglia''
''L'ultima leggenda'',
''Verso il Polo con Armaduk''
''Sulle tracce di Marco Polo''
''Solo - La forza di vivere''.
Postato da PaulTemplar - Permalink - commenti (4) - commenti (4) (popup)

In ---> ambrogio fogar
venerdì, 21 agosto 2009 - 09:34

Una delle fantasiose raffigurazioni della belva

Una mattina di un giorno imprecisato, nel periodo tra aprile e giugno del 1764, una ragazza che passeggiava tranquillamente in un bosco nei pressi del Gevaudan, area del meridione della Francia si imbattè in una misteriosa creatura, che tentò di aggredirla. L'animale assomigliava ad un vitello, era coperto da una fitta peluria nera, aveva gli occhi rossastri e due grossi canini che sporgevano dalla mandibola. La ragazza fu fortunata, perchè l'animale venne messo in fuga da alcuni bovini impauriti, e la stessa se la cavò con un grosso spavento e con alcune ferite superficiali, dovute ai robusti artigli della belva. La sua descrizione dell'avvenimento non creò grossi scompigli; qualcuno giudicò esagerate le dimensioni e la descrizione della belva, che venne ritenuta un parto della fantasia della ragazza; erano tutti convinti, gli abitanti di Langogne, che si trattasse di un grosso lupo, uno dei tanti che si aggirava in cerca di facili prede ai margini del bosco. Tuttavia molti dovettero ricredersi quando, nei giorni successivi, una ragazzina venne ritrovata sbranata da quella che sembrava la copia della belva descritta dalla prima vittima. Ben presto gli attacchi del misterioso animale si moltiplicarono; ragazze, bambini e donne che portavano a pascolare il loro bestiame, vennero assaliti, e sbranati senza pietà.

La belva in azione, disegno dell'epoca

I loro corpi, orrendamente straziati, vennero rinvenuti in vari posti del Gevaudan, e ben presto la psicosi del mostro si diffuse in tutta la zona; ma nonostante la maggior prudenza adottata, nonostante il maggior controllo da parte di gruppi di volontari, che si unirono per pattugliare la zona, gli attacchi continuarono, mietendo un numero imprecisato di vittime. Il re di Francia, Luigi XV, decise di inviare sul posto uno squadrone di dragoni, con il compito di eliminare la belva; nel frattempo i pochi signori locali avevano più volte incrociato la misteriosa belva, senza tuttavia riuscire mai ad abbatterla. Il comandante dei dragoni, Duhamel, organizzò grandi battute di caccia, forte dell'aiuto di oltre 400 volontari; il risultato non fu quello sperato, perchè la belva, sospettosa e in qualche modo furba, sembrava avere un diabolico sesto senso, che le permetteva di sfuggire tutte le trappole tese. Duhamel ebbe la ventura di incrociarla solo per pochi istanti, senza avere il tempo nemmeno di imbracciare il fucile. Ne dette una descrizione sommaria; era, disse, “una specie di ibrido, ma non un lupo” Il risultato della battuta di caccia, alquanto deludente,convinse Duhamel a tornare a corte.

Illustrazione ricavata da testimonianze dell'epoca

Nel 1765 Luigi XV cambiò tattica, e inviò nella zona un famoso cacciatore di lupi, d'Enneval, che rastrellò i boschi e le campagne, uccidendo 75 lupi, fra i quali però, ancora una volta, spiccava l'assenza della preda più ambita. Che continuò a terrorizzare gli abitanti della zona; un ragazzino, che la incontrò, si salvò grazie al suo eccezionale sangue freddo. Armato semplicemente di una baionetta, con la'iuto di alcuni amici, riuscì a metterla in fuga. Nella primavera di quell'anno tre fratelli, tutti cacciatori, colpirono, probabilmente a morte, un gigantesco lupo che stava per attaccare un ragazzo. La belva, colpita, sparì nei boschi, lasciando dietro di se una scia di sangue.

I cacciatori del Re uccidono la belva

La mancanza di un corpo creò una specie di mito attorno alla belva; erano molti coloro che credevano che fosse dotata di poteri sovrannaturali, oppure che possedesse una specie di istinto magico. Ancora una volta la caccia si interruppe, e d'Enneval tornò anche lui a corte con le pive nel sacco. Re Luigi ricorse allora al miglior archibugiere del regno, Francois Antoine de Beauterne e asuo figlio, che portava l'identico nome. I due, forti di una compagnia formata da 15 guardacaccia tra i più famosi del regno di Francia, da una muta enorme composta da 40 cani da fiuto e da 5 mastini d'attacco, cani micidiali in grado di afferrare una preda senza mai più lasciarla, arrivarono nel Gevaudan. E i risultati si videro subito; Rinchard uno dei guardacaccia, uccise un enorme lupo nero, ma fu Francois Antoine a colpire una bestia mostruosa con 1colpo di una speciale spingarda che conteneva la carica di 5 normali archibugi.

La più fedele tra le raffigurazioni della belva

La bestia era impressionante: alta più di 90 cm, era lunga dal cranio alla coda quasi due metri. La questione sembrava risolta, e de Beauterne tornò a corte convinto di aver risolto il problema; lo attendeva la gratitudine del re, oltre alla colossale taglia che lo stesso aveva messo sulla belva. Tutto sembrava risolto, ma in realtà fu solo nel 1767 che si mise la parola fine alla strana storia; dopo altri attacchi isolati, un certo Chastel abbattè un altra bestia dalle grandi dimensioni. Il corpo di quest'ultima venne sezionato, e si potè stabilire che era a tutti gli effetti un canide, quindi non un felino. Aveva 42 denti, come i canidi; Chastel portò il corpo a Parigi, a corte, sperando in una lauta ricompensa. Ma il re rifiutò ogni elargizione in denaro, ritenendo l'unica belva del Gevaudan quella uccisa da de Beauterne. Il corpo della bestia, che tra l'altro era stato sommariamente imbalsamato e altrettanto sommariamente conservato e trasportato fu distrutto dietro ordine esplicito del re.

La belva nell'immaginario collettivo

Dall'analisi della cronistoria dei fatti appare evidente come nel caso della belva del Gevaudan non si possa parlare di un solo esemplare ma di una famiglia di almeno tre bestie. Animali probabilmente divenuti aggressivi anche nei confronti dell'uomo, e che vennero sterminati tutti come dimostra il fatto che dopo il 1767 la storia non riporta più annotazioni relative ad altri attacchi.

Di che animali si trattasse è difficile dirlo; forse erano davvero lupi mutati geneticamente da condizioni assolutamente straordinarie. Come risulta dall'autopsia dell'esemplare ucciso da Chastel, si trattava sicuramente di un canide, anche se particolarmente sviluppato; quindi sono da escludere le fantasiose teorie relative a Tigri del Caucaso scampate all'estinzione, proprio per la particolare dentatura tipica dei canidi, differente da quella dei grossi felini. E' probabile che le tre bestie altro non fossero che appartenenti ad un ceppo affetto da acromegalia, una malattia che provoca una crescita abnorme del cranio e degli arti.

Naturalmente, nel corso dei secoli successivi, non sono mancati i fautori delle teorie più strampalate; c'è chi ha suggerito la mano dell'uomo, dietro l'ondata di morti, una specie di serial killer ante litteram; chi ha suggerito l'ipotesi di un uomo della preistoria coperto da una pelliccia di lupo che andava a caccia di qualsiasi cosa e che difendeva il suo territorio; altri ancora una congiura reale, come suggerito poi in un fortunato film dei nostri tempi, Il patto dei lupi.

Luigi XV, Re di Francia all'epoca dei fatti

Il risultato finale, comunque, lasciò come triste eredità la conta dei morti: assolutamente parziale e provvisoria, perchè Luigi XV ad un certo punto applicò una rigida censura sulle morti, per evitare un'ondata di panico e sopratutto per limitare le accuse di inefficienza.

Secondo le stime ufficiali, i morti furono 116, su un globale di circa 300 attacchi; probabilmente la cifra più veritiera è da attestare sui 170- 180 morti.

Una cifra davvero impressionante, per delle comuni bestie.

Postato da PaulTemplar - Permalink - commenti (2) - commenti (2) (popup)

In ---> la belva del gevaudan
lunedì, 10 agosto 2009 - 08:46

La contessa Elizabeth Bathory in un dipinto dell’epoca

Da una recente indagine, risulta che il nome di Elizabeth Bathory, la contessa Dracula, della quale ho già parlato tempo addietro,

(Ndr. http://paultemplar.wordpress.com/2008/03/27/elizabeth-bathoryuna-storia-orrenda)

risulti essere quello più famoso tra gli appassionati di mass murder o di criminologia, o semplicemente di cronaca nera. Il suo nome, divenuto tristemente famoso al fianco di quello di Gilles De Reis, l’uomo che ispirò la storia di Barbablù, è oggi sinonimo di ferocia, sadismo, disumanità, ma non solo; è diventato il simbolo della malvagità allo stato puro e della follia distruttiva, quella parte oscura, in pratica, che aleggia come un virus in menti particolarmente distorte.

Recenti studi hanno cercato di approfondire la sua figura, sia dal punto di vista storico, sia da quello psicologico, per cercare di capire il perchè dell’esplosione di violenza che ad un certo punto della sua vita la portò a trasformarsi in una spietata macchina di morte. I risultati hanno portato alla luce particolari inediti della sua gioventù, che potrebbero aver influito in qualche modo sulla sua psiche , fino a trasformarla nella più spietata assassina seriale della storia.


Il borgo natio di Nyirbator

Elizabeth Bathory, tra il 1566 e il 1567, aveva già denotato preoccupanti sintomi di dissociazione, forse di schizofrenia; una delle cause potrebbe essere ricercata nella consanguineità dei suoi antenati, che usavano spesso sposarsi tra parenti, moltiplicando esponenzialmente il rischio di malattie ereditarie. Evidentemente una delle patologie più frequenti era proprio quella delle malattie mentali; e proprio all’età di 6-7 anni, assistette al supplizio inflitto ad uno zingaro, reo di aver ceduto un figlio ai turchi, gente odiata mortalmente dai romeni. L’uomo venne cucito vivo all’interno dello stomaco di un cavallo, eviscerato per l’occasione. E’ molto probabile che queste scene abbiano acuito in lei lo stimolo alla violenza, fino a quel momento latente. Il matrimonio avvenuto in giovane età, 15 anni, amplificò probabilmente i suoi problemi, tenendo anche conto del fatto che il marito, Ferenc Nadasdy, era un uomo con fama di grande crudeltà; a ciò bisogna aggiungere un episodio poco chiaro della sua adolescenza. Ebbe una relazione clandestina con una persona non meglio identificata, unione dalla quale nacque una bambina, che non venne ovviamente riconosciuta (Elizabeth era pur sempre una nobile) ed affidata probabilmente ad un contadino. Un episodio, questo, che potrebbe aver segnato ancor più profondamente il suo già fragile equilibrio.


Ritratto di Mattia II, il re che condannò la Contessa

Va detto che se il carattere di Elizabeth mostrava già preoccupanti segni di squilibrio, la donna continuava a praticare una vita quasi normale. Era molto intelligente e versatile; per esempio, a differenza di molti nobili, di suo marito, era colta, parlava tre lingue, fra le quali il latino. Una donna per certi versi, paradossalmente, di cultura superiore. E’ proprio questa dicotomia tra la Elizabeth letterata e studiosa e la Elizabeth crudele e senz’anima l’enigma principale che gravita attorno alla sua figura. Cosa può aver determinato un cambiamento così radicale nella sua vita, cosa può averla spinta a diventare la belva assetata di sangue che diventò? Difficilissimo a dirsi. Di sicuro una grossa influenza esercitò su di lei Dorothea Szentes, una strana tipa , a metà strada tra la strega nera e l’esperta di occultismo, che le insegnò i primi rudimenti della magia nera, così come sicuramente influì sua zia Carla, una nobile viziosa e debosciata, che organizzava orge sfrenate nel suo castello. Thorko il nano infame suo servo e anima dannata fece il resto, alimentando gli interessi della contessa per le arti oscure.


Il castello della Bathory oggi in rovina

L’ultimo anello della catena potrebbe essere quel galantuomo di suo marito, Ferenc Nadasdy, uno che a sadismo non aveva da prendere lezioni. Probabilmente fu proprio quest’ultimo ad alimentare, fomentare la follia di Elizabeth, con le sue punizioni crudeli nei confronti della servitù. Fu lui, ad esempio, a mostrarle gli effetti del congelamento sul corpo umano, punendo una serva che aveva disobbedito e lasciandola morire assiderata legata nuda ad un albero. Probabilmente fu Thorko a insegnarle a mordere alcune delle sue vittime, cosa che le valse, assieme all’abitudine di bagnarsi nel sangue delle sventurate che cadevano sotto le sue grinfie, l’appellativo di contessa Dracula, e al cui mito negativo si ispirerà Bram Stoker per scrivere il suo Dracula, che non si basava esclusivamente sulla storia sinistra di Vlad l’impalatore.


Statua in cera della Contessa Bathory

Uno degli errori più frequenti che si incontrano nelle biografie di Elizabeth Bathory riguarda la differenza temporale tra le prime uccisioni e l’abitudine a lavarsi con il sangue delle sue vittime. La donna iniziò ad uccidere a 25-26 anni, quando creò la lugubre e terrificante stanza sotterranea nella quale torturava le sue vittime. Fu invece attorno al 1600/1608 che prese l’abitudine di sgozzare le vittime, di fare uscire il sangue dalle loro vene. Nata nel 1560, in quegli anni superò quindi i 40, una data fatidica per tutte le donne, sopratutto all’epoca dei fatti. La sua bellezza sfioriva, la sua pelle mostrava i segni dell’età, e nell’episodio menzionato nel precedente articolo, ho fatto riferimento alla causa scatenante, quindi non ci torno su. Nel 1599 (alcuni libri riportano 1604) era morto, in circostanze assolutamente poco chiare, suo marito; può esserci stata la mano della Bathory dietro la sua morte. Non ci sono prove, ma nulla vieta di sospettarlo, sopratutto alla luce dell’aumento esponenziale della follia della donna.


Il bagno di sangue di Paloma Picasso, la contessa Bathory in Racconti immorali

Una delle fonti, la principale, per risalire al numero approssimativo delle vittime consiste nei suoi diari, nell’abitudine scrupolosa di registrare le sue vittime. Sono circa 650 i nomi presenti, e il numero, purtroppo, potrebbe essere soltanto superiore. Fu il principale strumento d’accusa nel processo contro la contessa, oltre alla testimonianza degli inviati di Mattia I che la colsero in flagrante, mentre svolgeva una delle sue abominevoli abluzioni nel sangue umano. Nel corso dei secoli sono stati tanti gli interrogativi riguardanti anche la conclusione del suo processo; ci si è chiesto il come mai della strana indulgenza di Mattia II verso una donna colpevole di così orrendi misfatti. Va ricordato che la famiglia della Bathory era una delle più importanti in assoluto del paese, che in fondo le famiglie nobili che avevano perso figlie e parenti per colpa della sua follia avevano interesse a che venisse neutralizzata e messa in condizioni di non nuocere.

 

Può essere anche vera la storia di un presunto interesse di Mattia II per le terre e i possedimenti della contessa, assolutamente appetitosi anche per un re, che volle quindi risparmiare la vita a quella che comunque era una nobile. Così coloro che pagarono duramente furono i suoi accoliti: Thorko e le megere che avevano aiutato la contessa nelle sue infamie vennero bruciati vivi. La Bathory finì murata viva, e francamente c’è da chiedersi se questa non fu una pena peggiore della morte. Anche l’analisi di queste ulteriori informazioni sulla sua vita rende davvero impenetrabile la sua figura; vittima di malattie ereditarie, sposa giovanissima, madre a 14 anni, la Bathory non ebbe un’infanzia serena, tanto meno una giovinezza adeguata. Ma se si possono trovare almeno delle motivazioni alle sue scellerate gesta, tutto si ferma davanti ad un dato di fatto. 650 vite stroncate, fra cui quelle di giovanissime che, a sua differenza, non avevano avuto nemmeno un’infanzia, costrette alla dura vita dei campi sin da piccole, sono un tributo senza prezzo alla sua follia. La pietà umana va verso loro, verso quelle vite stroncate nella stagione più bella della vita, stroncate tra atroci e inenarrabili torture. Un prezzo troppo alto per trovare una qualsiasi giustificazione, sia pure umana, ai suoi atti criminali.

Postato da PaulTemplar - Permalink - commenti - commenti (popup)

In ---> elizabeth bathory, nuovi appunti
giovedì, 30 luglio 2009 - 17:26


Vincenzo Peruggia

Leonardo Da Vinci, massimo genio espresso dal genio italiano, probabilmente avrebbe voluto conoscere Vincenzo Peruggia da Dumenza, cittadina di poche anime sulle sponde del lago Maggiore; non un'artista, ma un umile decoratore, di quelli che faticano a portare a casa la pagnotta.
Perchè Leonardo avrebbe dovuto o voluto conoscere un oscuro imbianchino, come lo defini la stampa degli inizi del 1900?
Semplicemente perchè Peruggia riuscì in un'impresa incredibile, che tenne con il fiato sospeso coloro che amavano l'arte, il direttore del Louvre, la polizia francese e la gran parte dell'opinione pubblica dello stesso paese con un'impresa folle, ma geniale allo stesso tempo, sia per il modo in cui venne compiuta, sia per le modalità di realizzazione: il furto del ritratto di Monna Lisa Gherardini, universalmente conosciuto come La Gioconda.
La mattina del 21 agosto 1911 era un lunedi, una giornata torrida, di quelle tipiche parigine, senza vento e con un'afa che tagliava il respiro;Vincenzo Peruggia, che all'epoca dei fatti non aveva ancora compiuto 30 anni, si diresse con passo svelto verso il Louvre, che conosceva abbastanza bene per averci lavorato tempo addietro, come addetto alla sistemazione di una teca di vetro che doveva preservare il celeberrimo dipinto di Leonardo dalla polvere e dall'umidità. In mente, un'idea folle, quella di rubare la Gioconda, quadro simbolo, con la Tour Eiffel, di una città e di una nazione.



Peruggia, particolare della foto segnaletica

Un quadro che era in Francia dal 1516, da quando cioè era stato acquistato per una cifra impressionante, 4000 ducati d'oro, da parte del re Francesco I, presso il quale il genio toscano visse gli ultimi anni della sua tribolata vita, prima di spegnersi nel castello di Amboise il 2 maggio del 1519. Peruggia aveva, in qualche modo, organizzato il tutto con cura, pur nel dilettantismo assoluto del suo tentativo; la sera precedente, la domenica del 20 agosto, era uscito con degli amici, e aveva trascoro la serata in un caffè parigino, fingendo di ubriacarsi a tal punto da essere poi multato per schiamazzi notturni. Si era quindi costruito anche un alibi; il lunedi mattina di buon ora, all'incirca alle 6 e mezza, sgaiattolò dalla sua stanza che divideva con un compatriota, diretto alla Cour Carree, il padiglione del Louvre dov'era custodito il dipinto. Il quadro di Leonardo è un dipinto a olio su legno di pioppo che misura 77x53 cm, misure quindi decisamente contenute, tuttavia tali da essere comunque un ingombro e fatalmente anche abbastanza visibile.



Vignetta satirica francese

Ma quel giorno a Peruggia andò tutto liscio come l'olio; arrivò al Louvre, sommariamente custodito da un guardiano che spesso, la mattina presto, dormiva della grossa, abitudine che il Peruggia conosceva perfettamente, si diresse verso il dipinto, lo staccò dalla parete, lo mise sotto il giubbotto che indossava e andò via indisturbato, senza essere visto da nessuno. Pochi minuti dopo era nel suo appartamento, nel quale il compagno di stanza dormiva pacificamente. Il tempo di nascondere sotto il letto la Gioconda, poi andò giù lentamente per le scale, simulando una sonnolenza post sbronza. L'astuto italiano fece in modo di essere visto dalla portinaia, alla quale raccontò di essere ancora sotto gli effetti della sbronza del giorno prima. Poi si diresse verso il Louvre; qui regnava il caos, con poliziotti e agenti della gendarmeria che correvano avanti e dietro per le stanze del Louvre, mentre la notizia si diffondeva in un batter d'occhio in città. Era stato un pittore, Louis Beroud, ad accorgersi della sparizione; si era recato per fare una copia del dipinto, aveva sistemato il suo cavalletto con la tela, aveva alzato gli occhi e con sorpresa aveva visto che la Gioconda non era al suo posto.


" Il Louvre ha riaperto, ma la Gioconda non è rientrata" titola un giornale

Un'ondata di commozione, mista ad ira e orgoglio patriottico scosse la Francia; vennero istituiti posti di blocco, controllati ricettatori, ambienti della malavita. Tutto inutilmente; venne interrogato anche il poeta Apollinaire, che non aveva alcuna simpatia per le opere rinascimentali, che considerava nemiche della vera arte, quella dell'art nouveau. Venne interrogato e fermato come indiziato, per lo stesso motivo, e per l'amicizia che lo legava ad Apollinaire anche Pablo Picasso. Vennero perquisite tutte le abitazioni dei dipendenti del Louvre, poi anche quelle di coloro che in qualche modo avevano collaborato ai lavori di manutenzione del museo. Così accadde che il Prefetto di Parigi andò personalmente a perquisire l'abitazione del Peruggia, senza trovare traccia del dipinto, che si trovava, ironia della sorte, sotto il tavolo sul quale scrisse il verbale di ricognizione. Nei successivi due anni, la polizia, la gendarmeria, spinte dall'opinione pubblica e dalle autorità, non smisero un secondo di cercare il dipinto, che tuttavia sembrava essersi volatilizzato.



La Gioconda restituita ai francesi


E probabilmente, se il furto fosse stato compiuto su ordinazione, o da qualcuno meno ingenuo del Peruggia, il mondo non avrebbe rivisto mai più il capolavoro di Leonardo; accadde invece il contrario, con modalità altrettanto assurde quanto quelle della sparizione. Vincenzo Peruggia scrisse una lettera , a firma “Vincent Leonard” , all' antiquario fiorentino Alfredo Geri, proponendogli la vendita del dipinto di Leonardo da concordarsi durante un appuntamento all' albergo “Tripoli e Italia” . Aveva scelto, per sua sfortuna, la persona sbagliata; l'antiquario chiamò Giovanni Poggi, direttore degli Uffizi, che confermò l'autenticità del dipinto e chiamò i carabinieri, che arrestarono Peruggia e recuperarono la Gioconda.



Il ritorno trionfale al Louvre

La notizia del ritrovamento arrivò in Francia come un fulmine, suscitando enormi entusiasmi; nel frattempo, Peruggia veniva interrogato dalle autorità, alle quali raccontò di aver agito per puro spirito patriottico. Aveva sottratto il dipinto ai francesi per restituirlo all'Italia, alla quale, secondo lui, era stata illecitamente sottratta, e sopratutto per vendicarsi dei francesi, che lo dileggiavano con il nomignolo di mangia spaghetti. Le cose, evidentemente, non erano andate così, ma i giornali che riportarono le dichiarazioni del Peruggia, riuscirono a convogliare un'ondata di simpatia attorno all'uomo, tanto che la condanna inflitta dai giudici, incaricati di giudicare i fatti, fu eccezionalmente mite. Il verdetto, emesso dopo il processo celebrato il 4 e 5 giugno 1913 a Firenze, condannò Vincenzo Peruggia ad un anno e 15 giorni di reclusione, che l'uomo scontò per intero.



La stanza parigina dove abitava Peruggia

L'Italia, in virtù degli ottimi rapporti diplomatici con i francesi, restituì l'opera alla Francia, ottenendo in cambio un'esposizione in terra italiana del dipinto, che si tenne fino a gennaio del 1914 prima agli Uffizi di Firenze, poi all’ambasciata di Francia di Palazzo Farnese a Roma, infine nella Galleria Borghese, in occasione del Natale. Quando la Gioconda ripartì dall'Italia, viaggiò su un treno speciale diretto a Modane; qui traslocò su un treno francese, fino a Parigi. Ad accogliere il dipinto c'era l'intero parlamento francese, con il Presidente della Repubblica in prima fila. L'opera venne rimessa al suo posto all'interno del Louvre, e vennero rafforzate le misure di sicurezza.



Lettera di Vincenzo Peruggia alla famiglia


Vincenzo Peruggia, all'uscita del carcere, venne accoltò come un eroe da alcuni studenti toscani, che gli consegnarono il raccolto di una colletta fatta dagli italiani, che fruttò la bella somma di 4500 lire. Il destino successivo di Peruggia lo conosciamo grazie a Celestina, sua figlia, che in una intervista tentò di riabilitarne il nome, riportando la sua verità, e cioè che l'uomo aveva agito solo per motivi patriottici, raccontando come Peruggia avesse nascosto il dipinto in una valigia, che aveva custodito per 28 mesi, portandola poi in Italia per tentare di vendere il dipinto. Raccontò anche che suo padre era tornato a lavorare in Francia, usando il secondo nome del suo passaporto, Pietro, per evitare di essere riconosciuto; nel 1921 aveva sposato sua madre, Annunziata, ed era morto nel 1925, quando la stessa Celestina aveva poco più di un anno, mentre l'uomo aveva da poco compiuto i 44 anni.



L'uomo che beffò la Francia




www.paultemplar.wordpress.com
Postato da PaulTemplar - Permalink - commenti - commenti (popup)

In ---> il furto della gioconda
lunedì, 27 luglio 2009 - 19:50


La più grave tragedia del mare verificatasi è anche una delle meno conosciute; avvenne 64 anni fa, il 30 gennaio del 1945, nel mar Baltico, al largo delle coste del porto di Gotenhafen. Provocò la morte di un numero di persone mai stabilito con esattezza, tra le 9000 e 11.000 vittime, per la massima parte civili, che sfuggivano da una Germania ormai stretta d'assedio dalle truppe russe. Gli unici numeri sicuri riguardano i membri non civili, ovvero i 918 ufficiali, i 173 appartenenti all'equipaggio, le 373 donne delle Unità Navali ausiliarie. In realtà il numero di passaggeri venne comunicato, dopo la tragedia, dalle autorità tedesche: 4425 persone, uomini donne e bambini che avevano trovato rifugio sulla nave. Ma questo numero è assolutamente aleatorio, perchè all'ultimo momento la nave caricò un numero imprecisato di persone dal porto di Gotenhafen, che premevano dalla banchina del porto per tentare una via di fuga che ormai era l'unica speranza per sfuggire alle armate russe, delle quali si mormoravano atrocità di ogni genere compiute ai danni delle sventurate popolazioni civili che le stesse avevano incontrato nella loro marcia di avvicinamento alla Germania.



La costruzione della Gustloff

La Gustloff era una nave impressionante, una delle più belle della flotta tedesca: duecento metri di lunghezza, quasi 29.000 tonnellate di stazza, ponti e cabine lussuose; in origine avrebbe dovuto chiamarsi con il nome del Fuhrer, Adolf Hitler, ma in seguito aveva preso il nome di Wilhelm Gustloff in memoria del capo della locale sezione svizzera del partito nazional socialista, ucciso durante un attentato da uno studente ebreo.
La sera del 30 gennaio del 45 era una delle peggiori, per mettersi in viaggio.
Il mar Baltico era sferzato da un vento molto forte, gelido, con una temperatura esterna che diminuiva a vista d'occhio, e che passò rapidamente a un meno 20°; come se non bastasse, nevicava, e sul pelo dell'acqua affioravano blocchi di ghiaccio, il che rendeva la navigazione quanto di più pericoloso si potesse immaginare. Il problema principale, tuttavia, era eminentemente militare: nelle acque del Baltico incrociavano sommergibili russi, a caccia di qualsiasi nave tedesca che incrociasse le acque. L'ordine era tassativo, per i comandanti delle unità sottomarine: affondare qualsiasi nave che uscisse dai porti tedeschi.



Il varo della Gustloff

Il comandante Peterson, sulla plancia di comando della gigantesca nave, guardava con i suoi ufficiali con occhi preoccupati verso il mare scuro e agitato; aveva dovuto salpare di corsa da Gotenhafen, con solo due navi vedetta di scorta invece delle tre previste. Durante la navigazione ne venne meno un'altra, che si era provocata un grosso squarcio in un fianco per la collisione con un pezzo di ghiaccio affiorante dalle acque. A fare da scorta c'era rimasta solo la Loewe, una torpediniera; troppo poco per sperare in un'efficace barriera difensiva da opporre ad eventuali attacchi nemici. Il rischio di avere una collisione con un grosso pezzo di ghiaccio era dunque elevato; la notte era buia, c'era neve, il mare in tempesta: fu così che il comandante Peterson dette ordine di accendere le luci, per cercare di guadagnare un minimo di visibilità esterna. Per fatalità, da Gotenhafen partì un messaggio di allerta, che indicava la presenza possibile di unità sottomarine russe, che non arrivò mai a destinazione, e per colmo di sventura, il sistema difensivo della Loewe, che avrebbe potuto intercettare il sottomarino, a causa del freddo polare smise di funzionare. Una somma di vari fattori negativi, quindi, portò la Wilhelm Gustloff ad essere un gigantesco bersaglio indifeso.


Vita a bordo prima della guerra



La Gustloff in crociera

Nel frattempo nelle gelide acque del Baltico incrociava un sottomarino russo S-13, ai comandi dell'ufficiale Marinesko; aveva, come ricordato agli inizi, il compito di vigilare e pattugliare quel tratto di mare, alla ricerca di carghi tedeschi che avessero staccato gli ormeggi, diretti in alto mare. Anche per il sottomarino russo c'erano gli stessi problemi della nave tedesca: la visibilità era praticamente azzerata, per cui quando il comandante Marinesko avvistò la grossa preda, con una decisione molto pericolosa ordinò l'emersione, per controllare da vicino di che tipo di nave si trattasse.
Un sottomarino in emersione è come un bimbo con le mani nella marmellata; il rischio era davvero enorme, sopratutto se i russi avessero trovato di fronte una nave armata.Ma la fortuna, per il comandante russo, quella sera, girava dal lato giusto. Senza essere visti, i russi poterono controllare la loro preda, tanto che il comandante Marinesko diede ordine di girare attorno alla Gustloff, in modo da mettersi tra la stessa e la riva, in posizione ottimale per il lancio dei siluri. Alle 21 e 16 Marinesko ordina il lancio dei siluri: quattro testate cariche di esplosivo si dirigono simultaneamente contro la nave tedesca.



Una delle rare immagini prima della tragedia


Nel frattempo, a bordo della Gustloff, l'atmosfera era quasi rilassata. Come testimoniato dai superstiti, molti erano tranquilli, perchè finalmente avevano lasciato la zona di guerra, ed erano carichi di speranza per il futuro. Si rideva, si scherzava, si canticchiava. Il tutto venne interrotto dalla prima, gigantesca esplosione, che colpì la nave tedesca; il primo siluro squarciò la nave sulla parte anteriore, quella dove erano situate le cabine e gli alloggi delle sventurate Ausiliarie. Il secondo, pochi secondi dopo, centrò la parte dov'era situato il ponte E, con la sua magnifica piscina. Il terzo colpì in pieno la sala macchina, nella quale non c'erano solo i membri dell'equipaggio deputati al funzionamento della nave, ma anche tanti profughi, in maggioranza donne e bambini. Le tre esplosioni, quasi simultanee, strapparono dal sonno per portarli alla morte almeno metà delle eprsone viaggianti. Ufficiali, donne, bambini, anziani, tutti condivisero la terribile sorte della morte istantanea. Ma fu davvero una morte pietosa, perchè molti altri ebbero, per qualche ora, l'atroce illusione di essere scampati alla morte. A bordo scoppiò l'inferno, con scene d'eroismo e scene di basso egoismo, come quella raccontata da una superstite, che ebbe la fortuna di salvarsi assieme alla sorella, e che narrò come un ufficiale dovette sparare su un uomo che voleva ad ogni costo salire su una delle scialuppe di salvataggio, riservate viceversa a donne e bambini.
 


Obiettivo agganciato



La Gustloff affonda


Furono moltissimi quelli che non trovando posto sulle scialuppe, scelsero di tuffarsi in acqua: ben presto trovarono la morte per ipotermia nelle gelide acque del Baltico, che permettevano una sopravvivenza di due- tre minuti al massimo. Molti risucirono a salvarsi grazie alla generosità di persone che rischiarono a loro volta l'affondamento delle scialuppe pur di tirare su qualche naufrago. L'agonia della Gustloff durò meno di un'ora; sessanta minuti drammatici, con gente che continuava ad urlare e a gettarsi fuori dalla nave, morendo quasi all'istante, con altri invece che si uccidevano buttandosi sui ponti inferiori. Altri, pur caricati a bordo delle scialuppe, morirono ugualmente per gli abiti bagnati, che congelavano e diventavano un freddo sudario. L'alba del giorno dopo illuminò un paesaggio spettrale: scialuppe che galleggiavano con il loro carico di umanità disperata, migliaia di corpi che galleggiavano a pelo d'acqua, mentre altre migliaia erano ormai in fondo al mare, custoditi da una bara d'acciaio. Una nave tedesca incrociò quella zona; aveva raccolto l'ultimo sos lanciato da bordo, e il suo comandante, rischiando la vita personale e di quella del suo equipaggio, riuscì a trarre a bordo oltre mille eprsone, fra le quali c'era il serafico comandante Peterson, in uniforme e senza un graffio.





Le straordinarie immagini del relitto

Aveva scelto di vivere, evidentemente, senza condividere il destino della sua nave.Probabilmente le vittime furono 10.000, non si è mai avuto altro che un conteggio molto approssimativo delle vittime. Il comandante del sottomarino russo S13, Marinenko, uomo dedito all'alcool e alle donne, ma lucido e spietato quando combatteva, affondò un'altra nave civile e alla fine della guerra reclamò per se l'onoreficenza di eroe dell'Unione Sovietica. Che gli venne accordata dopo un soggiorno in Sberia, per cause sconosciute; la citta russa di Kaliningrad gli dedicò un monumento bronzeo.



Alexander Marinenko, comandante del sommergibile russo

L Germania nazista, ormai avviata alla disfatta, non amplificò l'episodio; la propaganda ormai non serviva più, non poteva cambiare più nulla ne orientare in qualche modo il pensiero di una popolazione che, stanca delle vuote promesse del suo Fuhrer, ormai aspettava con rassegnazione la definitiva capitolazione, e che cercava disperatamente di salvare il salvabile.
Così sulla Gustloff cadde l'oblio; una tragedia di proporzioni immani, molto più disastrosa di quella del Lusitania, del Titanic, del Doria e della Goya messe assieme. I russi furono i primi a cercare all'interno del relitto della nave tedesca, probabilmente alla ricerca di prove che testimoniassero come la Gustloff in realtà fosse adibita al trasporto di truppe e materiale bellico.



Il mare restituisce alcuni corpi

Oggi il nome della sventurata nave da crociera tedesca, affondata nel Baltico con il suo carico di sventurati è tornato alla ribalta grazie a Günter Grass, il cui libro Im Krebsgang (Il passo del gambero), edito nel 2002, ha riesumato la tragedia, con particolari inediti e per molti versi agghiaccianti, come i ricordi di alcuni superstiti. A marzo del 2008 la rete televisiva Zdf ha trasmesso uno sceneggiato in due puntate, Die Gustloff, dedicato alla tragica storia; alla presentazione della prima era presente anche il cancelliere tedesco Angela Merkele, commossa e silenziosa.
Postato da PaulTemplar - Permalink - commenti (1) - commenti (1) (popup)

In ---> gustloff
Artemisia [Rapsodia Colors.net] - Distribuito da - Rapsodia Colors - Grafica di Stile