mercoledì, 21 maggio 2008 - 12:29

                                

                                 Campo de fiori,a Roma,dove operava Mastro Titta


Esordii nella mia carriera di giustiziere di Sua Santità, impiccando e squartando a Foligno Nicola Gentilucci, un giovinotto che, tratto dalla gelosia, aveva ucciso prima un prete e il suo cocchiere, poi, costretto a buttarsi alla macchia, grassato due frati.

Con queste parole inizia un libro inusuale,le memorie di mastro Titta,un nome che nella Roma papalina e clericale del 1800 incuteva paura e timore reverenziale.

Non era un criminale,Mastro Titta,tuttavia il suo compito era uccidere;era il boia incaricato delle esecuzioni a Roma,e nel periodo dal 1796,in cui svolse il suo primo lavoro,come abbiamo letto nell’introduzione del suo libro,fino al 1864,quando andò in pensione,dopo aver lavorato ben 68 anni,giustiziò 516 persone.

Giovanni Battista Bugatti era nato nel 1779 a Senigallia,ed era entrato al servizio dello stato Vaticano all’età di 19 anni;un lavoro ben pagato ma di sicuro non visto con simpatia dalla gente,il, suo.

All’epoca in cui iniziò il suo mestiere,al boia era vietato entrare nella città;in una Roma divisa in due parti,una delineata dalla cinta vaticana,l’altra abitata dal popolo,al boia era fatto divieto di attraversare i ponti per entrare in città;per mastro Titta fu fatta una deroga,e quando doveva entrare in città,la popolazione sapeva in anticipo che ci sarebbe stata un’esecuzione.

Le esecuzioni,infatti,venivano fatte generalmente in Campo dè Fiori o a Piazza del Popolo,in mezzo alla gente comune,sia come monito per il futuro,sia perché le esecuzioni richiamavano moltissima gente;una cosa macabra e triste,ma in ogni secolo le esecuzioni capitali hanno esercitato sulla gente un fascino sinistro.

Mastro Titta svolgeva con diligenza il suo lavoro;prima delle esecuzioni capitali chiamava un prete e si confessava.

Dopo di che,indossata la divisa del boia,con il tradizionale cappuccio rosso,saliva sul patibolo,dove lo attendeva il condannato a morte.

Che di certo viveva gli ultimi istanti della sua vita nel terrore più cieco;i più fortunati venivano appesi per il collo,agli altri era riservata la mazzolatura,con la quale il boia sfondava il cranio del condannato,o anche lo squartamento;i qualche caso il boia usava l’ascia,con la quale decapitava il condannato.

Erano spettacoli molto truculenti,che,come detto,attiravano una moltitudine di curiosi;alla fine dell’esecuzione era di prassi una strana usanza.

Ogni padre o madre dava un ceffone al figlio,per ammonirlo,così,a seguire sempre la strada della rettitudine,per non finire un giorno in pasto a Mastro Titta.

Furono diversi i viaggiatori famosi che assistettero alle esecuzioni di Bugatti;fra essi c’era anche Lord Byron,che così raccontò la sua avventura romana in Campo de Fiori:

«La cerimonia, - compresi i preti con la maschera, i carnefici mezzi nudi, i criminali bendati, il Cristo nero e il suo stendardo, il patibolo, le truppe, la lenta processione, il rapido rumore secco e il pesante cadere dell'ascia, lo schizzo del sangue e l'apparenza spettrale delle teste esposte - è nel suo insieme più impressionante del volgare rozzo e sudicio new drop e dell'agonia da cane inflitta alle vittime delle sentenze inglesi».

Anche il grande scrittore inglese Dickens si espresse con parole dure:

Uno spettacolo brutto, sudicio, trascurato, disgustoso; che altro non significava se non un macello, all'infuori del momentaneo interesse per l'unico disgraziato attore». Quando il cadavere fu portato via, la lama detersa, e il boia s'allontanava ripassando il ponte, lo scrittore amaramente così concludeva le sue riflessioni: lo spettacolo continua….”.

Mastro Titta morì 90 enne,nella sua Senigallia,e lasciò,come detto,un piccolo libro in cui raccontava non solo la sua carriera di boia,ma fatti di cui era venuto a conoscenza,storie nere,ma anche argute e soprattutto a sondo sexy;in fin dei conti molti delitti avvenivano per una delle motivazioni più antiche al mondo,il sesso.


                                  

Il ponte sul quale passava Mastro Titta per entrare in città

Ecco uno dei racconti di mastro Titta:

“Molto interessante ed eminentemente drammatico fu invece il processo di Domenico Treca, che, in seguito a sentenza del tribunale che lo condannava alla forca, fui chiamato ad impiccare in Subiaco, come di fatto lo impiccai la mattina del 4 luglio 1801.

Domenico Treca era un giovinotto che si guadagnava la vita facendo il merciaio ambulante, girando per villaggi e frequentando i mercati e le fiere. Lucrava discretamente, e tutti i suoi denari li spendeva intorno alla moglie, che amava svisceratamente, e che ben meritava d’essere amata per l’incomparabile sua bellezza.

Si chiamava costei Felicita ed era dotata di un personale molto appariscente: densa di forme, ma aggraziata, col petto torreggiante, le anche poderose, ben tornite e candide le braccia e pingui i lacerti. La testa avvenentissima, impiantata sopra un collo taurino, di niveo splendore, aveva movenze seducentissime. Ricca, prolissa e naturalmente ondeggiata la bruna e lucida capigliatura. La bocca sempre sorridente. Le gote pienotte e rosee, gli occhi pieni di un fascino irresistibile. Le orecchie piccole, diafane, ben disegnate, che invitavano a sussurrarvi dolci parole d’amore.

Quando Domenico era fuori, stava in casa con Felicita una vecchia parente. L’aveva voluto ella stessa, per allontanare qualsiasi sospetto da parte del marito, il quale valutava adeguatamente i suoi pregi, e benché la sapesse onesta, ne era naturalmente geloso.

Molti fra i più bei giovani di Subiaco avevano tentato di avvicinarsi a Felicita, ma da brava ed onesta moglie ella li aveva sdegnosamente respinti.

- È proprio la perla delle spose, dicevano tutti, uomini e donne, non senza una punta di gelosia.

Se nonché Felicita era pia e devota: frequentava la chiesa; ascoltava messa tutti i giorni, tutte le settimane si confessava e comunicava, ed era il curato stesso che aveva presa la sua direzione spirituale.

Quando una donna è giovane e bella è di leggieri sospettata. Le pettegole, che non potevano soffrire la superiorità fisica e morale di Felicita incominciarono a notare l’assiduità di lei alla chiesa, e commentarla e malignarne. Si diedero a spiare i suoi passi e la sua casa, e giunsero a sapere che il curato la visitava e si intratteneva con lei lungamente.

- C’è in casa la parente, obbiettavano coloro che volevano assumerne le difese.

- Le farà da mezzana, ripetevano le male lingue.

E così, in breve, di bocca in bocca, si diffuse la notizia che Felicita era l’amante del curato.

Domenico, come sempre accade, fu l’ultimo ad essere informato delle voci che correvano in paese

intorno sua moglie. Quando glie ne giunse contezza provò uno schianto al cuore: egli comprese che tutto era finito per lui; non più felicità, né pace, non più avvenire, poiché felicità, pace, avvenire per lui si compendiavano nella donna adorata e infedele. Meditò la vendetta. Ma prima di compierla volle sincerarsi delle cose per filo e per segno. Il castigo doveva scendere inesorabile su tutti i colpevoli. La sua vita era infranta? Avrebbe infrante pur quelle dè suoi traditori tutti.

Con una forza di dissimulazione della quale soltanto l’odio più acerrimo potea renderlo capace, chiuse il suo segreto negli imi penetrali della sua anima piagata. Non uno sguardo, non un gesto, non una parola rivelò in lui, né alla moglie, né ad altri, la terribile cognizione della sua rovina morale, cagionatagli dal tradimento. Attese. Attese finché gli fu dato di raccogliere tutti i particolari della sua sventura.

Un giorno partì come di consueto colla carrozzella che gli serviva per il trasporto delle sue merci, annunziando che recavasi ad una fiera, la quale doveva durare otto giorni. Ma la notte medesima tornò pedestre, ad insaputa di tutti, a Subiaco, penetrò nella sua casa e si nascose in una stanza vicina alla camera da letto.

Vide giungere il curato ed entrarvi: vide tutti gli apprestamenti di una baldoria fatti da sua moglie e dalla parente di lei e non si mosse; udì il tintinnio dei bicchieri cozzanti e i lieti evviva e i propositi fescennini che uscivano dalla bocca del curato mezzo ebbro, e non si mosse; assisté al trasporto dei resti della cena e alla preparazione del nido d’amore e non si mosse.

Solo quando ebbe la materiale certezza che il curato si trovava nelle braccia di sua moglie, uscì dal nascondiglio e armato di un lungo pugnale, si avviò nel buio, alla camera nuziale. In quel mentre tornava la parente con un lume: il terrore le tolse la parola. Non poté mandare un grido, ma si gettò attraverso la porta per contenderne l’accesso all’oltraggiato marito.

Domenico Treca non disse verbo: gli infisse il pugnale nel cuore fino all’elsa e lo ritrasse fumante di sangue; quindi, con un balzo di pantera fu addosso al prete, che era sceso dal letto, al rumore prodotto dalla caduta della parente, e pur d’un colpo lo spense.

- Menico! Pietà! Pietà! - urlò Felicita levandosi a sedere seminuda sul letto maritale contaminato - protendendogli le bellissime braccia, quasi in atto d’invitarlo ad un amplesso.

Treca stette un momento a guardarla. Forse la lasciva donna, satura di fluido magnetico, esercitò un fascino erotico sopra i suoi sensi e gli fece balenare il pensiero orribile di godersi ancora una volta l’amore di quella femmina, intriso del sangue che per lei aveva versato. Ma lo respinse tosto, perché colla passione si risvegliò subito in lui il furore geloso.

- No! No! - esclamò, con un rantolo di morte che gli serrava la gola. No!

E precipitandosi su Felicita gli piantò il pugnale nel petto, sfiorandole prima il braccio col quale la disgraziata aveva tentato di farsi schermo. Ma, per quanto fiero, il colpo non la uccise tosto, e con quella fittizia energia che dà la disperazione tentò la lotta contro l’assassino.

Ma il contatto di quelle carni che egli avrebbe voluto coprir di baci, accendeva vie maggiormente la rabbia del tradito.

Treca non era più un uomo, era una belva inferocita.

Continuò a straziare quel corpo bellissimo coprendolo di ferite. Il sangue spillando con violenza gli aveva soffuso il viso e bagnate le labbra. Treca ne gustava il sapore e se ne ubbriacava.

Il delirio omicida gli durò finché non cadde estenuato e privo di sensi al suolo.

Rinvenuto dopo parecchio tempo, gli parve svegliarsi da un sogno: si alzò, si guardò attorno e tutta la tremenda verità gli apparve dinanzi agli occhi. Un senso di ribrezzo l’invase; volle fuggire, inciampò nel cadavere del curato e cadde; si rialzò, mosse alcun frettoloso passo ed inciampò ancora nel cadavere della parente. Si rialzò un’altra volta e barcollante giunse sulla via, sempre col pugnale stretto nella destra.

Albeggiava e la luce smorta piovendogli sul volto contraffatto da convulsioni spasmodiche dei muscoli visuali, lo rendeva cadaverico. Pareva un colpito da mala morte, che uscisse dal sepolcro. Il sangue che gli grondava dai vestiti, cosparsi di grossi grumi, compiva il quadro scellerato.

Alcune donne che lo videro prime in quello stato fuggirono gridando spaventate e facendosi il segno di croce; alcuni uomini che pur lo scorsero non ebbero il coraggio di accostarsegli e andarono in traccia dei birri, i quali giunsero di corsa e mentre lo ammanettavano e legavano solidamente, gli chiesero:

- Che avete fatto?

Quella fredda domanda parve ridargli la conoscenza dell’esser suo.

- Mi sono vendicato - rispose e non aggiunse verbo.
Tratto in carcere dormì parecchie ore d’un sonno affannoso. Solo quando si svegliò, dopo il riposo, ebbe il beneficio delle lagrime, che salvò la sua ragione vacillante.

Proruppe in dirotto pianto e chiese instantemente di essere subito giustiziato.

- Mi pesa troppo la vita! mormorava.

Ma dovette attendere che le formalità del processo si esaurissero. Non durarono però molto, essendo confesso, e il 4 luglio 1801 lo impiccai a Subiaco, con immenso concorso di gente.

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sabato, 17 maggio 2008 - 08:11


La conquista romana dell’Egitto,avvenuta nel 30 Ac aveva aperto ai romani le porte ad un fiorente mercato.

Ma ebbe anche,come conseguenza diretta,di far conoscere una civiltà assolutamente sconosciuta ai romani,una civiltà che era attiva da tre millenni almeno,mentre Roma vantava meno di 500 anni di storia e cultura.

Oltre al culto di Iside,che ebbe un qualche successo presso l’aristocrazia romana,qualcuno pensò di mportare anche parte della tradizione architettonica egizia.

Così a Roma vennero costruite almeno 3 piramidi in stile egizio,o almeno tante sono quelle di cui c’è pervenuta notizia.

La più famosa delle quali,l’unica pervenutaci intatta è quella di Gaio Cestio Epulone, membro del Collegio dei Septemviri,e costruita probabilmente attorno al 12 Ac,ultimata in un tempo record,meno di un anno.

Edificata vicino a Porta San Paolo, è alta 36,40 metri con una base quadrata di circa 30 metri di lato,ed è ricoperta di marmo di Carrara;è costruita con un angolo ardito,superiore a quello delle piramidi egizie,e reca su tutti i lati iscrizioni che ricordano sia Cestio che i motivi per i quali venne costruita:

OPVS · APSOLVTVM · EX · TESTAMENTO · DIEBVS · CCC•XXX ARBITRATV L · PONTI · Publii · Filii · CLAudia tribu · MELAE · HEREDIS · ET · POTHI · Liberti, che tradotto significa: "Quest'opera è stata completata per testamento in 330 giorni per disposizione di Lucio Ponzio Mela figlio di Publio della tribù Claudia, erede, e di Potho, liberto".

All’interno della piramide c’è la camera sepolcrale,completamente vuota,come del resto tutto l’edificio;probabilmente il busto di Cestio venne asportato già nell’antichità,dai soliti cercatori di tesori.

Caio Cestio era settemviro degli epuloni, in pratica era un sacerdote del collegio che organizzava i banchetti per gli dei. Fu anche pretore, probabilmente quello menzionato da Cicerone, che ricoprì la carica nel 44 a.C. E’ anche probabile che sia stato lui a ordinare la costruzione del ponte Cestio, eretto per congiungere l'isola Tiberina con gli insediamenti al di là del Tevere.

Nel terzo secolo Dc la piramide Cestia venne inglobata nelle mura aureliane,quando Roma era ormai da tempo soggetta ad attacchi delle popolazioni barbare,e divenne parte integrante di esse,un vero e proprio baluardo.

Attorno al 1656 papa Alessandro VII fece fare dei lavori al suo interno,che portarono alla luce i resti di due colonne,con ulteriori informazioni sul testamento di Cestio;in seguito i Borromini tentarono di trasformare la piramide in chiesa,ma il progetto,fortunatamente,non andò in porto.

Delle altre due piramidi,costruite nelle vicinanze di piazza del popolo,si hanno notizie storiche ma nessun resto architettonico.

La piramide Cestia resta l’unico manufatto architettonico di questo genere arrivato ai giorni nostri.

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lunedì, 12 maggio 2008 - 07:59



Palermo,30 luglio del 1789

 

Un corteo muove lentamente per le strade di Palermo,tra due ali di folla rumoreggianti;è diretto verso piazza Viglieno,dove,al centro esatto,troneggia un grande patibolo, mentre il  boia è in attesa della sua vittima.

C’è gente in attesa da ore,sulla piazza,mentre un gruppo di cavalieri con cappucci bianchi fiancheggia la carretta con la condannata.

La donna arriva ai piedi del patibolo,e viene fatta scendere dal carro;sale lentamente gli scalini che la devono portare davanti al cappio che penzola lugubremente e guarda verso il boia.

Il suo nome è Giovanna Bonanno,ha più di ottant’anni,anche se nessuno sa quando è nata;e forse Bonanno non è nemmeno il suo cognome.

Ma tutti la conoscono come mamma Anna,soprattutto nel popolare quartiere della Zisa,dove sopravvive preparando filtri e pozioni d’amore;ma non è per quel motivo che è finita ai piedi del patibolo,con una smorfia di rabbia,forse di terrore,sul volto rugoso.
Lei,mamma Anna,è un’avvelenatrice.

 
Era nata agli inizi del secolo in una città dai forti contrasti:ricchezza e povertà,gente letterata e poveri analfabeti,palazzi lussuosi e gente con il tetto fatto da un cielo di stelle.

Lei.Anna,era una poveraccia,come la stragrande maggioranza dei palermitani.

Ma non era un’ignorante,tutt’altro;aveva letto dei libri,che le aveva dato la nonna,e lei li aveva letti avidamente,imparando,tra l’altro,come ingannare quella gente sciocca e superstiziosa che la circondava.

Così,per lunghissimi anni,andò avanti campando alla meno peggio,fornendo intrugli e pozioni per catturare il cuore dell’amato o dell’amata,fornendo improbabili filtri per risvegliare la virilità o per cancellare il malocchio.

Quando ormai era molto anziana,un giorno,casualmente,fece una scoperta che le avrebbe cambiato la vita.

Una bambina aveva ingerito casualmente una sostanza che le aveva provocato atroci dolori e spasmi quasi mortali.

Anna chiese alla mamma della bambina cosa avesse ingerito,e la donna le mostrò un liquido che serviva per combattere i pidocchi.

Si recò quindi dal droghiere che aveva fornito il medicinale,e ne comprò una dose,facendosi abilmente spiegare la composizione.

Apprese così che l’intruglio era composto da aceto e arsenico.

Lo sperimentò su un cane randagio,e rimase stupefatta dal risultato;la povera bestia morì in pochi minuti fra terribili spasmi.

Arrivò quindi il fatidico giorno della prova del fuoco,quella su un essere umano,e l’occasione si presentò quando si recò da lei Angelina,.una donna delusa da suo marito, che voleva sbarazzarsi del marito per impalmare il suo amante;lei,la Bonanno,le dette un’ampolla contenente uno strano liquido e le consigliò di versarne qualche goccia nell’insalata che l’uomo mangiava con regolarità.

Quel giorno stesso morì improvvisamente.
Da quel momento una inspiegabile catena di morti di morti si abbattè sul quartiere,mentre Anna diventava temuta e riverita.

I suoi affari sembravano andare per il meglio,ma un giorno tutto saltò per puro caso.
La complice della vecchia,un’altra megera di nome Maria Pitarra, acquistò da lei una delle pozioni mortali;Anna,senza chiedere a chi fosse destinato il veleno,lo fornì.
Ma questa volta il destinatario era il figlio di una sua amica,di nome Costanzo.

Anna tentò di mettere in guardia la donna,che scoprì,a questo punto,che chi aveva tramato l’intrigo altri non era che la nuora.
La Costanzo finse così di voler ricambiare l’infida nuora con la stessa moneta e commissionò alla Bonanno una dose del mortale veleno.

Il giorno della consegna del veleno,la Costanzo si presentò con quattro testimoni,e da quel momento la carriera dell’avvelenatrice terminò bruscamente.

Ai primi di ottobre del 1788 inizia l’inchiesta giudiziaria della regia corte capitanale di Palermo;la denuncia della Costanzo era stata molto precisa,e conteneva un’accusa molto grave.

Stregoneria.

Anna venne condotta nella stanza degli interrogatori,dove,spogliata dai suoi indumenti e rivestita con una tonaca bianca,rasata a zero,venne sottoposta alla terribile tortura della corda,che era la più semplice delle torture inflitte ai sospetti: era una delle torture più semplici, e quindi più praticate. L’interrogato veniva legato ad una trave,dalla quale  pendeva una corda. La vittima veniva lasciata cadere coi polsi legati dietro la schiena, da una certa altezza, producendole slogature alle braccia e alle spalle.

Sottoposta alla tortura,la donna cedette immediatamente e confessò.
La corte,così,potè convocare i pochi sopravissuti alla terribile vecchia,oltre a convocare il droghiere che aveva fornito la micidiale mistura ad Anna.

Le testimonianze non lasciarono adito ad alcun dubbio,e la corte emise un giudizio di condanna a morte.

Torniamo quindi all’inizio della storia e riprendiamo dal momento in cui Anna è davanti al suo carnefice;la donna sale sullo sgabello e infila la testa nel cappio,mentre il boia si appresta a far cadere lo sgabello.
Un attimo dopo è tutto finito,e il corpo di Anna dondola sul patibolo,mentre la chiesa della piazza inizia a scandire con il suono lugubre delle campane,i secondi successivi.

Tra la folla qualcuno inizia a sentirsi male,altri,in un’inspiegabile attacco di paura ancestrale,si gettano per terra,altri ancora salgono sul patibolo e strappano lembi della tonaca della donna.

Il corpo viene profanato,le vengono strappati di bocca i denti,le unghie dalle dita;un attacco di feticismo barbaro forsennato e inspiegabile.
Della Bonanno si racconterà ben presto la storia,ammantandola di leggendarie quanto inverosimili invenzioni.
Diventerà,ben presto,lo spauracchio dei bambini,quando i genitori,per spaventarli,diranno loro che là fuori,nascosta,c’è la vecchia dell’aceto pronta ad ucciderli.

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In ---> giovanna bonanno
venerdì, 09 maggio 2008 - 08:30

Roma,via Gradoli,covo delle Brigate rosse

Per 55 lunghi e terribili giorni ,il paese,le istituzioni e la famiglia dell’Onorevole Moro vivono un dramma collettivo,in un alternarsi continuo di false speranze e disillusioni. Ma l’esito finale del sequestro in qualche modo è già scritto sin dall’agguato di via Fani. La logica delle Brigate rosse è quella dello scontro totale: i cinque morti che i terroristi hanno prodotto non possono non pesare su qualsiasi trattativa con lo stato. E lo stato , la sua classe politica, reagiscono con fermezza o almeno con quello che sembra immediatamente un muro contro muro . Con i brigatisti non si tratta. Nel frattempo le confederazioni sindacali proclamano uno sciopero generale, mentre sono innumerevoli le prese di posizione contro la strage e i suoi autori. Il paese si mobilita, la classe politica fa quadrato. Le ricerche appaiono immediatamente difficili: il commando che ha sequestrato Moro ha pianificato l’operazione in maniera esemplare, o almeno è quello che all’epoca si crede. Subito dopo l’agguato, le tre auto ( la 128 blù,quella bianca e la 130 )hanno raggiunto via Casale De Bustis, subito dopo via Massimi. Di qua in poi la ricostruzione è affidata unicamente ai brigatisti che saranno catturati in seguito: Morucci dichiara che in piazza madonna del Cenacolo ad attendere l’ostaggio c’era una Dyane (Germano Maccari dirà una Amy 8 ) e un furgone, nel quale Moro viene trasferito,per poi essere successivamente rinchiuso in una cassa.

Di qua raggiungerà la sua prigione, in via Montalcini 8,interno 1. Ad attenderlo c’è Anna Laura Braghetti, che sarà la sua carceriera fino al giorno dell’esecuzione. L’appartamento l’aveva acquistato quest’ultima, intestandoselo.
Per 48 ore le Br non danno notizie: l’attesa è spasmodica. Poi, il 18 marzo, ad un giornalista del Messaggero, Maurizio Salticchioli, arriva una telefonata anonima. Una voce maschile avvisa l’uomo che in largo Argentina, presso il sottopassaggio, c’è una busta rossa. Il giornalista si reca nel posto indicato, senza avvertire la polizia, e sopra una fotocopiatrice trova la busta indicata. All&rs